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martedì 9 febbraio 2016

Sola

(Foto di mia proprietà - "La porta II")

Devo imparare a vomitare meno insicurezze e paure di persona, dovrei imparare a fingere e fregarmene, dovrei imparare ancora molte cose, ma in realtà dovrei imparare ad accettarmi per quella che sono. Dovrei imparare a capire che, se sento qualcosa, quel qualcosa quasi certamente rispecchia qualcosa che esiste realmente. Se sento di essere in una storia a tempo determinato, di essere un passatempo, di essere considerata uguale alle altre, se sento di esser divenuta meno interessante rispetto gli inizi, se sento che dall'altra parte si è retrocesso abbondantemente, se sento che non si va più avanti, se sento freni, chiusure, menefreghismo e chi più ne ha ne mette, è perché ci sono tutte queste cose. Non è come quando sentivo amore e amore non c'era dall'altra parte, qui mi si porta solo a sentirmi insicura giorno dopo giorno, mi si porta a stare male perché manca tutto quello che precedentemente c'era seppur in minima parte. Aspetto. Concedo il beneficio del dubbio seppur qui conferme e dissensi non sono ancora giunti, mi ritrovo ad aspettare, poco tempo in realtà. Stringo i denti quel tanto che basta, ma poi dico basta, perché merito decisamente qualcosa in più. Merito presenza, devozione e amore. Non sarò mai più lo scalda letto di nessuno e tanto meno il passatempo di chicchesia. Torno ad annuire dinanzi alla citazione di Anaïs Nin "Così resto nuovamente sola e, come puoi leggere nel diario, quando sono sola sono forte". Lotto da sola contro demoni e paure, mi allontano gradualmente, ricemento la porta, annaffio i cespugli di spine, stucco le crepe che ci sono nei muri, risistemo la mia anima fatta a fettucce (citando Bukowki) e resto... SOLA.

giovedì 10 dicembre 2015

La persona giusta

«Improvvisamente ho capito che non c'è nessuna persona giusta. Non esiste né in terra né in cielo né da nessun'altra parte, puoi starne certa. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c'è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c'è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l'unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce, tutto…».
Sandor Marai, “La donna giusta”

Quante parole si sprecano sull'argomento, tra saggi, letteratura narrativa, poesia, musica o quel che si vuole eppure personalmente mi ritrovo ad associare al concetto di "persona giusta" il nome e il volto di chi, nonostante tutto, ancora amo. Sì, perché parliamoci chiaro, purtroppo è cosi, amo pur non essendo amata, in lui ho scorto la felicità, a lui associo anche quella sensazione: felicità. Certo non solo quello, avrei un elenco interminabile di ciò che il suo nome e la sua essenza mi crea o mi porta ad associare. Di lui ho amato tutto, non era la perfezione, non esiste la perfezione, ma per me era perfetto con le sue incongruenze e imperfezioni, per me è felicità, amore, serenità, pace. Per me resta quell'appiglio da non mollare perché diverrei arida e vuota, priva totalmente di emozioni. Lo sono stata e non ci voglio più tornare, voglio restare quella stupida che ama chi non l'ama perché anche se fa male almeno sento qualcosa, percepisco una emozione, non me ne voglio privare nonostante sia consapevole razionalmente di quanto dovrei invece fare di tutto per scrollarla via, per allontanarla, per offenderla, per ridurla ai minimi termini, annullarla totalmente, perché solo un folle dona amore (in silenzio e a distanza) a chi non c'è, a chi non ha alcun interesse, voglia o qualunque altra cosa verso di me. Amo e aspetto. Questo è per ora. 

domenica 6 dicembre 2015

Lettera n°77

E anche stasera sento quell'impulso, quella voglia di condividere la mia giornata con te, resti sempre tu l'unico che vorrei rendere partecipe della mia vita, un po' come la canzone di Mengoni che ho sentito poco fa in cui, citando, dice: "Fra miliardi di persone ho visto solo te", sorrido se penso che prima di Mengoni, lo stesso concetto te l'ho espresso in mille modi differenti, a voce o per iscritto, non ho mai negato di aver scelto te, di aver visto solo te, di sentire, ancora oggi, la voglia e l'impulso di raccontarti di me. Ti sarebbe venuta la ridarella oggi (*), mi conosci sono un'inguaribile testarda, forse tanto quanto te, un po' meno te lo concedo, ma resta di fondo che lo sono e se mi impunto su qualcosa cerco di ottenerla. Oggi c'era il Nikon Live, ci sono andata con un gruppo di fotografi, ho perso un paio di workshop poi quando ho capito l'andazzo, ho mollato loro e me ne sono andata per i fatti miei a fare e sentire quello che volevo dal principio, li mi sono aggregata ad altri fotografi che conosco e che fanno parte dell'associazione fotografica a cui mi sono iscritta e con la quale mi sono messa concretamente in gioco e in discussione. Ammetto che appena sono approdata lì la prima cosa che ho fatto è stato vagare perduta osservando ogni persona presente. Ti stavo cercando trenino, ho sperato che tu potessi essere lì, che avrei potuto rivederti senza proportelo direttamente o senza che fossi tu a farlo (so che non accadrà più, sento distintamente che non ci saranno più occasioni come l'ultima volta, non ci saranno più malinconie che mi spingano a cercarti in qualche modo e non ci sarà nulla che spingerà te a cercarmi, siamo veramente lontani e distanti adesso, lo sento come sento le dita che pestano i tasti del computer e come sento le lacrime pungermi gli occhi, ma tranquillo le sto cacciando, non le voglio). Non c'eri naturalmente, non era destino reincontrarci, non ti piacciono quei posti, la folla, il caos, poi è sabato, probabilmente sei tornato a casa tua, nella tua terra, forse stai frequentando una nuova ragazza, non lo so, ma non c'eri, eppure... c'eri. Eri lì con me, come sempre, nella mia mente c'eri e ho sorriso ogni volta che mi mettevo a saltare da un posto all'altro o a fare gli occhioni stile Gatto con gli stivali del cartone animato e implorare i fotografi di farmi spazio perché sono una piccola nanetta e lì ti ho visto nitidamente a ridacchiare di gusto di me e di quanto potessi apparire buffa io e maschi che mi hanno fatto spazio tipo le acque del Nilo per far passare Mosè. Essere donna in quel contesto non è stato male, certo mi hanno fotografato in tanti, ma era normale e prevedibile, se si provano le nuove ottiche fotografi quello che ti capita per capirne la portata, la lunghezza e se ne vale o meno la pena acquistarla in futuro. Ad un certo punto mi sono fatta fotografare volontariamente lo ammetto, ho provato ad abbattere i miei muri, mi sono avvicinata ad un fotografo che fotografava tutti con vari attrezzi di scena e appena si è liberato gli ho proposto di fotografarmi, ma a patto che dovesse mostrarmi lo scatto, altrimenti avrebbe dovuto rifarlo. Il mio scatto è andato bene, gli ho sorriso di cuore e l'ho ringraziato ed ora attendo che carichi la foto nella pagina dell'evento, cosi da salvarla e tenerla lì come ricordo di una giornata che, tutto sommato è stata felice e divertente. Saresti stato fiero di me, della piccola nanetta che zompettando e scherzando si è fatta rispettare e senza spintoni si è presa un posto semi decente in sala posa per poter fotografare la modella di turno. Alla fine penso di aver guadagnato in sicurezza e nuove nozioni, nuovi punti di vista. Non ho ancora capito quale possa essere il genere di cui mi innamorerò totalmente ma su quello non ho fretta, lo capirò quando sarà il momento, come ho sentito di amarti quella sera mentre ti guardavo negli occhi e ti baciavo come se fosse l'ultima volta che lo facevo traendo il massimo da quei baci di cui non ero mai sazia. E torno a richiamare alla memoria te con te la ridarella e sorrido di cuore anche io vedendomi dal di fuori, ho fatto ridere, in effetti, vari fotografi con le mie peripezie per vedere qualcosa lì dove non arrivavo (praticamente ovunque), ma oh l'ho avuta vinta io, tra una risata e l'altra mi è andata bene, non so se è perché ho creato simpatia o perché son sembrata un po' disperata o perché fossi una donnina molto rock and roll con la sua macchina fotografica impugnata mentre saltellando e in punta di piedi sbuffavo e sparavo battutine ironiche sulla mia (non) altezza, però è divertente, ti stai immaginando la scena e stai ridacchiando, lo so. Ti conosc.. piccolo blocco, non so come continuare quella parola, conosco o conoscevo? Non è importante al momento, sappi solo che alla fine sono stata accompagnata da un altro amico fotografo, insomma mi sono arrangiata, una piccola avventura dove sono passata come un apetta di fiore in fiore cercando di essere presente per tutti, ma mantenendo me stessa come priorità assoluta.
Una volta giunta a casa mi sono messa a raccontare a mia madre tutto quello che ho combinato da questa mattina con Kenny che mi faceva le feste senza sosta, e anche lei ha sorriso, ma non le è preso il ridolino come sarebbe preso a te, chissà poi perché ti prendeva il ridolino, non l'ho mai capito in effetti. Comunque, a casa mi sono messa a cazzeggiare un pochetto e mi sono imbattuta in questo stralcio di Zafon, uno dei suoi libri che mi ha emozionato e colpito degli ultimi anni, tanto da spingermi a leggermi tutti i suoi romanzi. La citazione dice:

"Ero troppo per te. 
Troppo orgogliosa. Troppo scorbutica. Troppo problematica. Troppo insicura. Troppo poco gentile. Troppo poco dolce. Troppo disordinata. Troppo bambina. Troppo matura. Troppo emotiva. Troppo sognatrice. Troppo poco romantica. Troppo caparbia. Troppo poco elastica. Ero troppo per te. 
Ma non ero mai abbastanza."
C. R. Zafon, L’ombra del vento.

Tralasciando momentaneamente tutto, mi sono concentrata sull'ultima frase "Ma non ero mai abbastanza" ecco per evitare di far straripare le lacrime mi appiglio a quella frase, a quella sensazione che, tuo e mio malgrado, ho realmente sentito attaccata addosso quando... quando pensavo eravamo un qualcosa tu ed io. Ed è brutta come sensazione, so anche che adesso probabilmente ti starai incazzando o più probabilmente starai pensando che non è cosi, ma parliamoci chiaramente, non lo so, non posso sapere con certezza cosa ti può passare per la mente, a malapena credo tu mi legga ancora figuriamoci dare per scontata una tua eventuale reazione, non posso che ipotizzare pur essendomi promessa da tempo di non farlo più, perché alla fin fine sono sempre e solo io quella che sta male, che affonda e non riesce a risalire poi facilmente, sono io quella che fa tre passi avanti e cento indietro ogni qualvolta mi ritrovo a scriverti, pensarti o lasciar straripare le lacrime e le parole. E lo so che ora sto percorrendo quei passi indietro, ma non posso farne a meno, non oggi, non dopo il tripudio di emozioni e la costanza con la quale mi sei stato affianco stile spiritello birbante e molesto. Per un attimo ho creduto sul serio di poterti raccontare tutto, ma mi sono resa conto che non era la realtà, tolto questo mezzo non mi resta più nulla e non mi venire a dire che posso cercarti che si può essere amici, io non posso esserti amica, non ancora, non so quando e se ciò potrà accadere, ma so di non poterlo essere al momento, perché non mi è passato proprio nulla, non mi è passato il sentirti "giusto", non mi è passato il saperti "la persona", non mi è passata quell'unica emozione che avrebbe dovuto e che dovrebbe sparire, non mi è passata la voglia di baciarti, di amarti, di fare l'amore con te, di vivere ogni giorno che mi rimane da vivere con te, non mi è passato proprio nulla, resti tu il mio metro di paragone e questo mi spinge semplicemente a buttarmi su tutto ma non più sulle conoscenze eventuali, non ha senso, sai come la penso, ho provato a gettarmi nella mischia, ho provato realmente ad andare avanti, a forzarmi, ad obbligarmi a sopprimere e nascondere tutto, ma non serve a nulla, resta li il fardello. Resta la mancanza che sento, la malinconia, la voglia di sentirti ridere come uno scemo, la voglia di sentirmi dirmi che sono bella o un scendi scendi per ritrovarti sotto casa. Vaneggiamenti. Sono solo vaneggiamenti e illusioni lo so. E' solo un cuore ferito che spera invano il ritorno di chi non ha mai messo in gioco il proprio cuore. Folle. Sono momentaneamente folle e la follia mi porta a sentire totalmente mia questa canzone che sto ascoltando (giustamente mi faccio male musicalmente, ma che ci posso fare se ci sei tu in questi versi?) e da qui nasce il (*) che ho messo poco fa perché ha connessione con un verso:

Le cose che non ho
sono come te,
ti assomigliano un po'
sono bellissime
Mentre guido piano verso casa,
in compagnia di una radio accesa,
c’è una canzone che riempie l’aria della sera.
Le cose che non ho,
radici e nuvole,
e lì in mezzo ci sei tu,
da qualche parte.
A volte un nome sulle labbra appese,
anche se più leggero di una piuma
quando il suono di una felicità che si consuma.
La mia vita è sempre uguale
sembra calma come me
appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te.
E so che non si torna indietro mai
lo so io, lo sai tu,
ma se dovessi cambiare idea, io sarò qui.
Le cose che non ho, ragioni e regole
neanche il cuore adesso sa che cosa fare.
Avrei voluto regalarti i miei sogni
e farti ridere fino a stancarti, (*)
ti avrei difesa dai dispiaceri con le mie mani.
La mia vita è sempre uguale
sembra calma come me
appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te.
E so che non si torna indietro mai
o so io, lo sai tu,
ma se dovessi cambiare idea, io
se dovessi cercarmi ancora, io
sarò qui perché di te non c’è niente che non so
e non avrò paura di un addio sincero, ma devi crederci davvero.
La mia vita è sempre uguale
e sembra calma come me
appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te.
E so che non si torna indietro mai
lo so io, lo sai tu,
ma se dovessi cambiare idea, io
e se dovessi cercarmi ancora, io
sarò qui
sarò qui.


Non penso debba aggiungere altro, io... Io sono qui, sono ancora qui, sarò ancora qui se dovessi cambiare idea. Ed eccola lì l'altra immagine mentale di te in auto che ascolti la radio mentre vai da qualche parte, magari è la stessa stazione radio che ascolto anche io, la stessa canzone, i Guns'n'Roses che ci perseguitavano all'epoca. Lo ricordo. Io ricordo. Ma tu ridi, continua a ridere e a farti prendere dal ridolino compulsivo. Sei bello da morire quando ridi.

venerdì 20 novembre 2015

Tutto sommato va bene. Ci si abitua a tutto.

Le cose migliori dell'amore accadono per caso, 
si capiscono dopo.
Erri De Luca

L'autografo di De Luca è giunto puntuale così come quella torta che non ho preparato ma che ho fatto preparare. Assieme a quel piccolo pensiero a cui tenevo proprio oggi ho iniziato a fare un passo in avanti, piccolino, nulla di eclatante, ma mi fa dire con più sicurezza "Sei una fotografa", niente compensi, non ancora, per quanto siano prossimi, quanto piuttosto il semplice atto di compilare due moduli, due iscrizioni che reputo importanti per potermi lanciare senza paracadute alcuno verso quello che al momento mi sembra l'unica via di fuga dalla realtà, certo la scrittura rimarrà sempre il mio primo vero amore, ma ad essa si è aggiunta da un po' di anni la necessità di andare oltre, di forzare il limite della ragione lasciando che una storia venga fuori anche solo tramite qualche immagine, scatti che raccontano. Difficile, lo ammetto, spesso la mia autocritica mi fa dire "No, non mi dice nulla questo scatto" eppure poi finisce che quello stesso scatto ad altri racconta quello che poi volevi raccontare, ma che non vedi impresso. La fotografia è anche questo. Da oggi, quindi, si inizia a fare sul serio. Piccoli passettini ancora un po' incerti, traballanti come quelli di un bambino che sta imparando a camminare da pochissimo e che ancora inciampa e cade, ma che ha anche la forza di tirare su col naso e rimettersi di nuovo in piedi. Forza. Quella che sento ancora mancante in buona percentuale, ma che sto cercando di recuperare senza strafare. 
La citazione scelta di De Luca è una delle tante che mi piacciono, ma racchiude anche una speranza malsana, la mia speranza malsana, un po' come un Don Chishotte in gonnella che lotta contro i mulini a vento. Sì, da tempo immemore mi sento proprio come Don Chishotte, ma nonostante tutto, apprezzo di lui la forza di volontà che gli ha permesso di andare avanti. Quella speranza, la speranza che la comprensione venga dopo, pur essendo pienamente consapevole dell'irrealtà della cosa, della concretezza di quanto ciò non sia proprio possibile in nessuna percentuale, nemmeno la 0.00001%, non c'è alcun numerino sono solo zeri, eppure la speranza malsana rimane attiva, un po' come il mio essermi data una scadenza, ok, lo ammetto, per certi versi quella scadenza mi è comoda, allontana i Proci indesiderati, ma d'altra parte realmente in me vive quella speranza che mi fa desiderare la favola, sì, perché mio malgrado ho assaporato la favola, la stessa che, a conti fatti, non è mai stata, a questo punto realistica, eppure... Eppure c'era, l'ho percepita, l'ho vissuta come tale e me ne sono inebriata a tal punto da non riuscire ad andare totalmente avanti, non ancora, senza quell'ultimo appiglio, senza quella voglia che mi fa dire "Potrebbe rendersi conto che ha sbagliato, che ha avuto paura!". Me la racconto, lo so io e lo sapete voi che mi leggete, ma che posso dire? Affermare: "Io non lo amo più" sarebbe una bugia abominevole ed io non sono proprio capace di mentire. Certo ho avuto una miriade di primi appuntamenti, una miriade di occasioni, di nuove conoscenze, ma erano lì appese, inutili. Vuote dimostrazioni fine a se stesse che potevo farcela, ma dentro, dentro non ce la facevo, non ce la faccio. Ci provo, per carità, ci provo ancora di tanto in tanto, in maniera molto più sporadica, alla fine dedicare tempo alle conoscenze me lo leva per qualcosa a cui realmente posso dare ben più attenzione di quanto un paio di ore in compagnia di qualcuno di cui non mi importa assolutamente nulla e di cui so già a primo acchito, non mi importerà in futuro, non mi va. E ancora una volta voli pindarici, parole che si perdono e concetti che si mescolano tra di loro, positività e negatività. Dualismi. Quegli stessi dualismi che lo avvicinarono, ma che non sono, poi, serviti a farlo restare. Sparito. Assente. Estraneo. Testardamente convinto di essere nel giusto e quindi impossibile da esaudire quella malsana speranza. E poi la quasi conferma di chi mi viene dietro, ma che distruggerei perché sono oramai bruciata e distrutta, rabbiosa verso chiunque può interessarsi a me. Nera. Oscura. Morta come quei fiori che devo andare a ritirare prima di iniziare l'ennesimo progetto fotografico. Fiori morti per abbellire una persona morta (me). Mi ha ucciso l'amore, mi ha ucciso un treno preso senza pensarci poi troppo, mi ha ucciso quell'incoscienza, quell'abbattere barriere e muri che sino ad allora mi aveva protetta dalle intrusioni. Sono morta e no, non sono una fenice, io non risorgo, non più. Non amerò tanto facilmente, non mi fiderò più, lo faccio già. Diffido delle parole, dei complimenti, delle voglie, dei desideri, diffido dei gesti, diffido di chiunque e di me stessa. Mi castro. Mi censuro. Viene facile essendo totalmente vuota. Svuotata e abbandonata. Sorrido di più, piango di meno in maniera concreta, ma il pensiero resta immutato, non si spegne, come quelle dita che vorrebbero scrivere, eppure, una volta attivate, una volta deciso di saltare il fossato, mi abbandonano. L'anima è fuggita via. Spaventata dimora lontana da me, esiliata, picchiata, umiliata, isolata. 
Tutto sommato va bene. Ci si abitua a tutto. 

domenica 15 novembre 2015

Lacrime nere

(Foto di mia proprietà - Serie bambole)
Avrei cosi tanto da scrivere, ma le parole sono lì, bloccate, frenetiche, accalcate. Dissipare la matassa che si è creata mi porta solo a mescolarle ancora di più, un po' come quando vogliamo sbrogliare le cuffiette del lettore mp3 o dello smartphone. Ho pensato tanto in questi giorni, la nebbia e l'umidità mi hanno portato pensieri e preoccupazioni, ansie riguardanti chi non mi è mai appartenuto e che non deve più essere una mia preoccupazione. Quello che è accaduto a Parigi, ha aperto il vaso di Pandora, altri pensieri si sono creati e affollati, mescolati, ingarbugliati a quelli che già non riuscivo a gestire. Ammetto che ai pensieri si sono aggiunti anche i ricordi, parole e frasi che mi son state dette, oramai, tempo fa, troppo tempo fa, prive di valore oramai, vuote parole prive di significato con il senso del poi. Pensieri che sono stata io ad elaborare questa volta, non che ne avessi bisogno in realtà, sono sempre stata sicura di quello che ho provato, non ho mai vacillato coi sentimenti, io non ho provato solo emozione. Ho amato. Amato veramente in maniera incondizionata, senza remore. Ho amato i pregi ma ancor di più i difetti. Quelli, per quanto mi facessero impazzire, li mantengo vivi ancor oggi gelosamente, sono miei, erano scaturiti da me, tutto sommato erano per me, rivolti solo a me. 
Probabilmente l'unica cosa che dovrei smettere di fare è preoccuparmi per chi non c'è e iniziare a preoccuparmi di chi c'è, ci sarà, ma ancora fatico a lasciare andare via per la propria strada chi, purtroppo, rimane il mio pensiero costante. Ed eccomi nuovamente a tirar fuori come un prestigiatore dal suo cappello magico parole e pensieri che appaiono incoerenti. Eccoli di nuovo ad affollarsi nella mente ed ecco le lacrimucce riempirmi gli occhi. "Se fosse il tuo ultimo giorno con chi lo vorresti passare?" la mia risposta era e resta sempre la stessa a differenza di chi se l'è posta prima di me, un anno fa oramai e che con molta probabilità è mutata, non do per scontato non fosse reale all'epoca, ma ad oggi... Oggi non è praticamente possibile che sia la medesima, ma è giusto cosi, è coerente con quello che non c'è mai stato in fin dei conti. Eppure dovrei smetterla io di essere coerente, andare veramente avanti e non fingere solamente. Fosse facile, ma non lo è, non che qualcuno mi abbia detto il contrario, nessuno ha mai affermato lo fosse, facile, intendo, eppure, se solo fosse più facile, se solo non ci fosse la nebbia e l'umidità a farmi preoccupare per i suoi mal di testa, se solo non ci fosse un evento catastrofico come quello capitato a Parigi, non penserei a chi vorrei al mio fianco se fossero gli ultimi attimi della mia vita. E poi... Poi penso a una cosa letta qualche tempo fa, questa qui:

"Nessuno parla più di te; sembra essere arrivato quel momento in cui tutti pensano che non valga più la pena affrontare l’argomento con me. Nessuno mi chiede più “l’hai sentito?” o “l’hai più visto?” perché tutti danno per scontato che non sia così e forse è meglio, perché forse sarebbe imbarazzante dimostrare a tutti che a volte ti amo ancora. A volte, dico, solo a volte. Però mi dispiace, anche se mi piace la sensazione che si prova a essere obbligata a non pronunciare il tuo nome. Mi dispiace che il mondo abbia deciso che non sia più il mio momento di piangere per te. Io di lacrime da sprecare ne avevo ancora un po’ e di parole da dedicarti ne avevo ancora parecchie, non tutte gentili, certo, ma tutte per te." Susanna Casciani

In effetti più nessuno mi chiede di lui da un po' di tempo oramai, danno tutti per scontato che mi sia passata ed io non faccio nulla per far comprendere che tanto passata non lo sia, far preoccupare gli altri non è nella mia indole, penso sempre più agli altri di quanto possa pensare prima a me stessa, sono fatta cosi e non penso che alla ma età si possa più cambiare, eppure ieri notte l'ho tirato fuori, ne ho parlato. Le parole si sono confuse come i concetti, ma alla base sempre amore e giustificazioni. Dubbi e perplessità. Caos totale di parole ed emozioni. Un po' come quando mi hanno chiesto quante lune devono passare ancora prima di potermi definire libera. Sono tredici, ma è un palliativo anche quello, me la sto raccontando per darmi la forza sufficiente a vivere come meglio posso. Di lune ne saranno passate nove prossimamente saranno dieci, la mia data di scadenza coincide con l'anno. Un anno intero di speranza, un anno intero di attesa. Un anno di bugie, un anno di nulla, un anno di dolore, ma ne parlerò allo scadere di quel giorno, ora sarebbe tutto molto buttato li alla rinfusa. Silente la speranza di non arrivarci a quell'anno. Muta, ma non troppo, la speranza che Ulisse torni da Penelope, ma si sa, la vita vera è diversa da quello che si legge nei libri. Esco. Non ho più voglia di stare qui. Le parole e i pensieri sono troppo aggrovigliati. Non li so più gestire.

venerdì 6 novembre 2015

Una sciarpa arancione e una domanda costante.

Soulmate (anima gemella)
Significato: Una persona con la quale hai un’immediata connessione nel momento in cui la incontri – un’esperienza mai vissuta prima. Mentre questa connessione cresce nel tempo, provi un amore così profondo, forte e complesso, che inizi a dubitare di aver mai amato veramente qualcuno prima di questa persona. La tua soulmate ti capisce e si connette con te in ogni modo su ogni livello, il che ti porta un senso di pace, di calma e di felicità quando siete insieme. E quando non lo siete, ti rendi conto di più delle difficoltà della vita, di come legare con quella persona sia la cosa più significativa e soddisfacente che ti sia successa. Sei anche più consapevole della bellezza della vita, perché ti è stato fatto un dono e ne sarai sempre riconoscente.
(tratto dal web)

Cosa succede se la tua Soulmate viene meno? Quando la tua Soulmate non sente quello che senti tu? Cosa succede se perdi quello stato di pace e di grazia divina? Muori, sì, muori dentro, ti rinsecchisci come una prugna lasciata a marcire nel cestino e non desiderata, quindi mangiata, da nessuno. Muore qualcosa dentro, ti ritrovi arida, secca, priva di emozioni, accogli qualunque cosa, ma in realtà le scosse che puoi percepire non sono che un flebile ritorno, una eco senza senso, talmente inutili da essere irrimediabilmente accantonabili. Eppure persisti, non ricerchi più quelle stesse emozioni perdute, non sei cosi folle da desiderare qualcosa che sai sin troppo bene non sarà mai più com'era, non con chi ti ha creato quel senso di pace e ti donava calma assoluta semplicemente respirandoci assieme in assoluto silenzio. No, non lo ritroverai mai, forse, e sottolineo il forse, se sarai fortunata lo troverai di nuovo ma in una forma diversa, però persisti, non ti precludi nulla, nemmeno il più piccolo barlume di speranza, sì proprio speranza. Tu, tu che hai dichiarato più volte che hai abbandonato alle tue spalle la speranza eccoti li a sperare tuo malgrado e farti pensare come in un mantra senza fine: "Dove sei? Dove sei? Dove sei?".
Ma non ti è dato conoscere la risposta a quella domanda, non hai il dono della veggenza, non prevedi il futuro, non fai sogni che ti palesano quel che sarà e vai avanti lasciando che il condizionale sia la forma verbale più adatta alla tua vita. E partono quindi le filippiche date dai "Vedremo", "Se sarà", "Se succederà", "Lo scopriremo". Certo, ma poi in realtà non ci credi nemmeno troppo, puntualmente ritorni a fare paragoni dopo nove fottuti mesi quel "Dove sei?" ha un soggetto sottinteso ai più ma non a te, tu sai a chi vorresti urlarlo, tu sai a chi è rivolto, chi è il destinatario. Tu sai ma fingi. Menti anche a te stessa per farti forza. E poi? Poi crolli come un castello di carte instabile. Crolli su una canzone, crolli su una parola letta, crolli su un paio di ciabattine antiscivolo trovate nella scarpiera, crolli per colpa di una sciarpa arancione trovata nell'armadio ben imbustata perché non si sa mai che si vada a rovinare. Ed eccola li l'emozione, ecco le lacrime affiorare, hai tolto di nuovo la crosticina dalla ferita con le unghie, lasci che il sangue scorra nuovamente vivo, brucia, ma quanto sei stata peggio senza quel dolore oramai famigliare?

Song di sottofondo: Mi manchi di Mina

giovedì 5 novembre 2015

Mal di testa e influenza più deliri vari

«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».
Sándor Marái “Il gabbiano”

E mi ritrovo ad ascoltare la "sua" stazione radio preferita, non mi andava di vedere un film, di leggere o scrivere, non mi andava di mettere ordine tra le foto stampate per crearne dei piccoli reportage e non mi andava nemmeno di studiarmi il prossimo reportage, ho un mal di testa tremendo causato dall'influenza, niente febbre, solo tosse e raffreddore fortissimo. Probabilmente non avrei dovuto nemmeno metter su la musica, il mal di testa è rimasto costantemente fastidioso lì nello stesso posto, fermo come quei ricordi che non se ne andranno mai, non come il dolore emotivo che come ben scrive Marái d'un tratto si trasforma semplicemente in ricordo e i ricordi sono più malleabili, gestibili, usabili a proprio vantaggio o svantaggio a seconda dell'occorrenza, certo delle volte possiamo pensare che stiano prendendo il sopravvento, ma non è cosi. Gli occhi sono aridi, il vuoto creatomi divora tutto dentro, non sento più nulla, assolutamente nulla se non quel martellare le tempie e la musica che scorre dritta nelle orecchie tramite le cuffiette ma che, comunque, nemmeno sto ascoltando veramente, un semplice diversivo per non sentire il silenzio o la cacofonia dei rumori circostanti. Le domande ho imparato a zittirle, ad accantonarle, a riporle lontano, alla fine è stato semplice, mi è bastato tornare al preferire la censura, il silenzio verbale iscritto e mentale, mi è bastato concentrarmi su altro, qualunque cosa fosse quell'altro, entità colma di una miriade di significati e significanti, per mettere a tacere tutto quello che andava taciuto. 
Apprezzo quello che Emil Cioran ha scritto nei suoi "Sillogismi dell’amarezza": "Noi amiamo sempre… malgrado tutto; e questo “malgrado tutto” copre un infinito". Vero, lo condivido, si ama sempre... malgrado tutto, ma nonostante quel malgrado tutto, siamo in grado di alzarci le maniche e per noi stessi, per l'amore verso noi stessi, andare avanti, nonostante le difficoltà iniziali, nonostante la difficoltà nel cancellarsi dal luogo che vi ha fatto incrociare, nonostante quei ricordi, nonostante il pensiero costante (rimuovibile con un po' di sforzo), nonostante la presenza dell'assenza, nonostante lo stomaco che brucia, la rabbia, l'amore, la tristezza, l'incoerenza, la delusione, nonostante la consapevolezza, si torna a sorridere per delle sciocchezze.

lunedì 2 novembre 2015

Promesse mantenute e da mantenere.

«Di questo per me si tratta, di essere il resto di alcune persone,
 delle loro sottrazioni. Porto il vuoto che mi hanno lasciato».
Erri De Luca, “Non ora, non qui”

Lo ammetto, non vedo l'ora di avere tra le mani l'autografo con dedica fattomi da De Luca, ok, non gliel'ho chiesto io di persona, perché  dovevo lavorare, perché sono influenzata, perché... Perché... La giustificazione non è il mio forte, ma D. merita una torta con i fiocchi per essere riuscito lì dove io ho fallito. Mi ha tirato su portandomi in giro a far foto, mi ha spronato a scattare e partecipare ai contest, mi fa sorridere, mi è amico pur non essendolo realmente, e ora questo piccolo dono. Un regalo fatto senza secondi fini, per il semplice gusto e piacere di rendere felice me. Il collante, il clown, l'uomo che spronerebbe un sasso con la sua gentilezza mi ha rallegrato queste giornate in cui la gola mi fa male, la testa vaga sotto quel tappeto usato e logoro sotto cui non ci sta più nulla. Lui non mi ha reso un  resto, per lui sono una somma, una totalità, un essere umano degno di fiducia, amicizia e perché no? Degna di un sorriso, nonché "sfornatrice" di torte per autografi di scrittori che mi stanno a cuore. Di quegli scrittori che riempiono quel vuoto creatomi da chi mi ha lasciato. E vado avanti con un sorriso meno blando sulle labbra e qualche colpo di tosse. Ho freddo, ma posso gestire la mancanza e la voglia di braccia che non ci saranno più, che non ci sono, in realtà, mai state veramente. 

lunedì 26 ottobre 2015

Finestra sul passato

                                                                                        (Foto di mia proprietà)

Vogliamo che la persona che amiamo ci dica d’essersi innamorata di noi perché un giorno, senza neanche pensarci, l’abbiamo toccata in un punto in cui non sapeva di essere sensibile, come certe carezze che arrivano molto in fondo per conto loro. «Ti amo perché ti gratti il polso in quel modo tutto tuo», questo per esempio vorremmo sentire, piuttosto che: «Ti amo perché sei generoso e affidabile».
C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni a insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare.
Diego De Silva, Mancarsi

Mi sono innamorata di un sorriso celato, di una rotara peggiore della mia, mi sono innamorata di un pizzetto scuro (proprio io che detesto i baffi e il pizzetto rispetto ad una folta barba), mi sono innamorata di occhi profondi che raccontavano tutto, ma che non ho mai visto realmente, mi sono innamorata di quella mano sulla fronte, di quelle rughette pensierose, mi sono innamorata dei mal di testa, dei "no" continui, della frustrazione, del non amore, degli abbracci asfissianti mentre dormivo, mi sono innamorata delle storie che mi si raccontavano, anche quando le avevo già udite, mi sono innamorata della premura di un pacco di biscotti comprato per me, mi sono innamorata di lenzuola scombinate, di una poltrona che ha impressa una forma a me oramai sconosciuta. Mi sono innamorata di piccole minuzie e dettagli che resteranno, nonostante il passare del tempo, impressi a fuoco nella memoria, piccoli fermo immagine recuperabili da finestre chiuse, ma che, di tanto in tanto apro per poter far prendere aria all'ambiente. Eppure nel mio caso specifico, richiamare alla memoria tutto ciò non serve a ritrovare quell'amore perduto, tutt'al più dovrei sbarrare le finestra abbandonarle, lasciare che le ragnatele e la muffa prendano il sopravvento, dovrei dimenticare, cancellare, ottenebrare quello che amo e che mi ha fatto innamorare, perché non ho altra alternativa se non quella di andare avanti. Incespicando, inciampando, cadendo e finendo con un ruzzolone per terra. Ma d'altra parte non sono io che gestisco il centro della memoria, mi si attiva da solo, le finestrelle basta un alito di vento più forte ed eccole li a sbattacchiare senza sosta. I ricordi ritornano. Scardinano le cicatrici, sanguina la ferita, ma si rimargina presto, almeno quello devo ammetterlo e tornano i progetti di fuga a cui, di volta in volta, torno ad elaborare per potermene tirare fuori, più o meno, illesa.

venerdì 23 ottobre 2015

Attese. Mancanze. Dolore. Resa.

(Dennis Stock "Love story")
«Non vedeva l’ora di incontrare Edmonde, di lanciarle il segnale, di leggere la risposta nei suoi occhi e di inabissarsi con lei in quell’universo». Georges Simenon, “I complici”

E manca, manca davvero sentire l'emozione di quell'attesa. Manca il voler battere il tempo, portarlo in avanti oppure rallentarlo a seconda del momento che si sta vivendo. Manca l'emozione del doversi separare pur sapendo di rivedersi nuovamente dopo poche ore. Manca il tumulto del cuore, quell'esplosione di tum tum senza fine che ti sembra di percepire anche nelle orecchie. Come se quel palpito possa essere udito da chiunque. Attesa. Penelope. Ulisse. Proci. Circe. Tutto ruota intorno al tempo, allo scopo, all'attesa, almeno lì, almeno in quel romanzo epico, nel mio Penelope si è arresa dopo mesi di dolore, lacrime e tele cucite e scucite. Penelope ha gettato la spugna. Si è data in pasto ai Proci sorprendendosi dei sorrisi che taluni le hanno scaturito o del semplice sentirsi a proprio agio in loro compagnia o non sorprendendosi affatto nel paragonarne gli atteggiamenti, le parole e la semplice presenza con Ulisse. Eppure Penelope ha rinunciato alla speranza. Penelope si è stancata di aspettare. Ha chiuso le porte a chiunque: Proci o Ulisse non fa più alcuna differenza. Nessuno (e no, non parlo di Ulisse con Polifemo) può accedere nelle sue stanze, a nessuno è concesso l'ingresso. Sola. Realmente sola. Amore per se stessa. Si basta Penelope, è tornata a bastarsi, eppure... Di tanto in tanto, le prende quel magone che le riempie gli occhi di lacrime, lo stomaco le si aggroviglia e i ricordi come fantasmi la perseguitano. Quelle emozioni perdute la pungolano invitandola ad aprire uno spiraglio, ma lei stringe i denti, sopporta e rifiuta. La mancanza delle emozioni è il male minore rispetto al dolore.

martedì 20 ottobre 2015

Il fabbro dell'amore

(Foto di mia proprietà)

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta
Fernando Pessoa

Una domanda che negli ultimi mesi mi viene posta in maniera velata e diretta è questa qui: "Ma se dovesse tornare tu che faresti?". Bella domandina che apre mondi paralleli con altrettante risposte contrastanti tra di loro eppure concretamente vere. Se dovessi rispondere con la pancia, quindi con l'emotività, direi "La porta per lui sarà sempre aperta!", dall'altra parte la me razionale invece, bastion contrario senza mezzi termini, direbbe "Sulla porta c'è un cartello: "TU QUI NON PUOI PIU' ENTRARE!". Districarsi tra le due personalità (che scritto cosi mi fa sembrare una psicopatica pronta per essere internata) non è facile, cosi come non è affatto facile rispondere ad una domanda del genere, un po' come la famosa e altrettanto spinosa domanda: "come stai?". Eppure penso che non sia difficile dare una risposta, ciò non toglie che alla medesima domanda, la sottoscritta devia o fa scena muta, più che altro è stato difficile mettersi da parte, sparire, dare spazio, abbandonare e abbandonarsi, perdere e perdersi, difficile è stato tutto il percorso che ha portato a quella domanda. Stupida io più che altro nel non essere capace di mentire e nell'essere cosi schietta e sincera dal palesare senza mezzi termini con chiunque che ho sì libertà nel frequentare o conoscere, ma che poi in realtà non mi ci senta perché ancora legata (innamorata) di chi alla fin fine non conosco più. Altro che Amleto con il suo essere o non essere. Comprendere e accettare che quello che sento nasce più che altro dalla paura di non sentire più niente, rispetto al provare veramente qualcosa di cosi profondo per chi poi, ad oggi, non so più chi sia. Si può amare chi non ti ama? No, in realtà non si dovrebbe, si può, ed è pure facile farlo, si amano i ricordi, i se, i ma, si ama chi conoscevi ma non c'è più o non c'è mai stato, si ama chi eri e come eri, si ama la sensazione di "casa" che quella persona ti faceva provare (e ti ha fatto provare fino all'ultima volta che vi siete parlati o visti), ma dall'altra parte c'è anche tutto il resto. C'è il non sapere chi sia ora (e sarò ripetitiva ma si diventa sconosciuti dopo), c'è il non saper giustificare certi atteggiamenti, certe parole, certi sotterfugi, non digerire le prese in giro, lo squallore dell'egoismo puro, non si digerisce più nemmeno la contraddizione che tanto ti aveva colpito in principio, eppure ti nascondi dietro un "sono ancora innamorata" perché non vuoi rischiare più. Non dopo che hai lottato con i denti e con le unghie per venirne un po' a galla, quel tanto che basta per respirare senza annaspare. Non dopo che hai rischiato il collasso per le sessanta notti passate in bianco a fissare il soffitto, non dopo i mesi passati a non mangiare perché lo stomaco si era talmente chiuso che solo l'odore del cibo ti creava conati di vomito. Non dopo esserti donata totalmente senza aspettarti nulla in cambio e alla fine sentirti dire che hai torto perché un ti amo non è mai stato pronunciato. Quella frase è solo un dettaglio, un pizzo su una tovaglia imbandita. I gesti, la premura, il tempo, le attenzioni e la presenza valgono più di mille parole. Il ti amo sono solo due parole messe assieme come un ti voglio bene troppo pronunciato. Eppure ti viene da chiederti se non hai voluto vedere e sentire cose che non c'erano in alcun modo. E per carità ci può stare, l'amore mette i prosciutti agli occhi fisici e non, eppure non posso non considerare tutto nel complesso. Parole su parole che un qualcosa significheranno pure o hanno significato, tempo verbale più corretto in questo momento. Ad oggi non contano più non per me, hanno perso valenza, le parole sono diventate vuote, solo parole, prive di pathos, di sentimento, prive di significato se non quello imposto dal senso comune. Smettere di credere non è difficile, ti basta una stilettata dritta al cuore e puff, non credi più. E quella porta. Abbandonata, dalla vernice scrostata, dalla maniglia e dalla serratura arrugginita, dal vetro sporco e rotto, resta chiusa, ci vorrebbe un fabbro o un piede di porco per aprirla, ma non è tutta li la difficoltà. All'interno poi c'è un caos incredibile che fa un baffo al caos primordiale, scatoloni di ricordi, di foto, di parole, scatoloni di vestiti, mobili, polvere e ragnatele hanno preso il sopravvento, farsi spazio non è per nulla facile, il desistere diviene più facile come scelta. E dopo questo volo pindarico torniamo alla famosa domanda. La risposta? Non lo so. La fiducia si è perduta e riconquistarla non è cosa da tutti. Ci vuole pazienza con le vecchie porte, il legno è gonfio per l'umidità, quante lacrime ne hanno percorso i solchi del legno? La serratura è arrugginita. Basterà un po' di olio? Pazienza e manualità, amore e tempo, però, aggiustano tutto.

venerdì 16 ottobre 2015

Attesa e fatica illuminati da una luna virgolosa

«Scendere agli Inferi è facile:
la porta di Dite è aperta notte e giorno;
ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo,
qui l’opera, qui la vera fatica».
Virgilio, “Eneide”

Ho sempre amato leggere i classici, non sono per tutti, non tutti li comprendono, non tutti li apprezzano, eppure quei personaggi li non fanno altro che rappresentare vizi, virtù, emozioni, sentimenti metaforicamente (e non) umane. Basti pensare alla mia amata Penelope, lei rappresenta la donna, certo, ma anche la pazienza, l'attesa, l'amore. Basti pensare a Circe o alle sirene, cosi ammaliatrici, ma al contempo vane dinanzi a quella forza primordiale che spinge un uomo a contrastarle. E poi basti pensare a quell'inferno qui sopra citato, la facilità con la quale vi si accede e la difficoltà umana con la quale poi si deve fare il percorso inverso. Quant'è difficile e gravoso salire uno ad uno quei gradini, quanto è difficile non volgere lo sguardo indietro, quanto è difficile alzare lo sguardo verso il cielo, quei gradini appaiono infiniti. E si desidera una porzione, seppur minima di cielo, una stella, la luna in una delle sue forme. Come quella luna che ho contemplato a lungo questa sera, una virgoletto nel cielo infinito, coperta a lungo da nuvole, un piccolo bagliore, ma era lì, rassenerante, concreta, reale, mutevole ma al contempo immutabile. Ferma immobile in quel cielo cosi oscuro lei resiste. Riflesso luminoso e nulla di più, ma comunque splendidamente deliziosa. 
E' bello osservarla. E' bello restare li a fissarla, lasciare che la serenità ti riempia tutto, la certezza che il cielo è li, devi solo pazientare, devi solo stringere i denti e faticare nel risalire uno ad uno quei gradini. Non ti voltare più indietro. Quello che hai lasciato alle tue spalle non ti è mai appartenuto o non ti appartiene più. Lascialo andare. Scrollati di dosso il dolore. Alza lo sguardo verso la luna. La soglia delle tredici lune si sta avvicinando, avrò frainteso, avrò voluto leggere quello di cui avevo bisogno. Non ne son servite cosi tanto se la cadenza pare essere trimestrale. Ulisse è andato e Penelope, la Penelope dei giorni nostri ha smesso di aspettare invano, eppure... Segue ancora la Luna mese dopo mese. In attesa.

lunedì 12 ottobre 2015

Parole rubate e deliri soggettivi

«E poi c'è la lettera della notte, non si capisce come il petto possa allargarsi abbastanza e contrarsi per respirare quest'aria, non si capisce come si possa essere lontano da te».
Franz Kafka - Lettera a Milena, Praga, 5 VII 1920

E una lettera non è mai solo una lettera, una lettera è un insieme di parole, un insieme di parole sono un'insieme di significati e ogni singolo significato racchiude in se una moltitudine di emozioni soggettive e perché no? Delle volte anche oggettive, se chi legge lo sa fare con empatia. Ho smesso di scrivere lettere, farlo non ha mai avuto senso, non mi libero di nulla, sprigiono solo emozioni trascrivendole, ma non le libero, restano imprigionate sempre lì, regnano ribelli e guerrigliere dentro. Contrastanti. Incoerenti. Vivono. Ho smesso di scrivere in toto. Niente lettere, niente frasi, niente diari, niente parole, lascio che mi facciano impazzire giorno per giorno, come quelli che si iniettano il veleno dei serpenti per rendersi immuni al suo effetto. A qualcosa servirà, almeno credo.

«Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore».
Erri De Luca “Il contrario di uno”

Ogni volta che leggo questo piccolo stralcio mi ritrovo a visionare una fotografia mentale talmente nitida da apparirmi palpabile, un fermo immagine, un ricordo, una emozione falsata, a senso unico, perduta, irreale. Un qualcosa che è accaduto realmente, concretamente, ma che celava inganno. Voler vedere e sentire quello che non vi è. Paraocchi dati da una felicità che non pensi di meritare, ma che invece meriti più di chi ti ha illuso, ha giocato, ti ha conquistato e gettato annoiato e senza emozioni.

«E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quando è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva».
Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”

Successivamente questa frase si susseguirebbe perfettamente in un filo logico abbastanza plausibile, certo se le favole esistessero, se la realtà fosse rosa e non del colore della merda lasciata per strada dal padrone maleducato di qualche cane. Eppure chi non si è accorto di aver perduto quella che era felicità? La mia era apparente, ma la vostra? Reale? Perduta? Alla deriva? 

«E quando finalmente trovi qualcuno su cui senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi sconvolta dalle tue stesse parole: le hai tenute in quella piccola stretta oscurità dentro di te così a lungo, che sono arrugginite, brutte, banali, fiacche. Sì, l'allegria, l'autorealizzazione, lo stare insieme ci sono, ma la solitudine dell'anima, nella sua spaventosa autoconsapevolezza, è orribile, schiacciante».
Sylvia Plath, “Diari”

E quando trovi qualcuno con cui ti senti "a casa" le parole vengono fuori sin troppo facilmente, ma sono solo le tue parole, le parole a cui hai dato sempre tanta importanza, dopo, perdono valore, non hanno più alcun senso e per me è li che diventano brutte, è li che si arrugginiscono, ma non sono solo le parole a finire male, spariscono le emozioni, barricate dietro muri e filo spinato, intimorite e spaventate lasciano libere le parole false, brutte, disgustose. Liberano le emozioni dosandole e sprigionando liberamente solo quelle che ti fanno apparire brutta. Ritorno alle origini. Ritorno alla stronzaggine. Ritorno al buttarsi via, perché tanto lasciarsi andare non sarà più possibile. Il ricordo straziante di quella libertà brucia ancora, troppo vivido il dolore, troppo presente la paura. Non vale più la pena rischiare.

«È curioso il dolore. Il dolore più autentico si difende da se stesso elaborando frasi».
Daniel Pennac , “Signori bambini”

Il dolore vaneggia come me a quest'ora e il dolore adesso mi vorrebbe far urlare semplicemente un:

"SPARISCI!"

mercoledì 7 ottobre 2015

Potessero le mie mani sfogliare

Pronunzio il tuo nome 
nelle notti scure, 
quando sorgono gli astri 
per bere dalla luna 
e dormono le frasche 
delle macchie occulte. 
E mi sento vuoto 
di musica e passione. 
Orologio pazzo che suona 
antiche ore morte. 
Pronunzio il tuo nome 
in questa notte scura, 
e il tuo nome risuona 
più lontano che mai. 
Più lontano di tutte le stelle 
e più dolente della dolce pioggia. 
T'amerò come allora 
qualche volta? Che colpa 
ha mai questo mio cuore? 
Se la nebbia svanisce, 
quale nuova passione mi attende? 
Sarà tranquilla e pura? 
Potessero le mie mani 
sfogliare la luna!
Federico Garcia Lorca

sabato 26 settembre 2015

Amami - Alda Merini

 Amami
finchè sentirai il calore
di una fiamma tremula
che sempre arde,
difendendosi dai venti di scogliera.
Sono un pensiero
che non vuole mai
-legare le tue mani-
libere nel mondo,
anche se vorrei
che fossero solo mie.
Amami
ora che non ho parole
per farti innamorare
dei miei silenzi
pieni di gioia,
che non potrai vedere.
Amami ancora,
saranno solo gli occhi
a dirti la mia passione
e le mie labbra,
a raccontarti
cose difficili da dire.
Saremo noi, un giorno forse
ad abbracciare solo i profumi dei nostri corpi
senza paura
che l’assenza diventi una cosa vera.

giovedì 24 settembre 2015

Citazione Giulia Carcasi

Mentre le ragazze della mia età facevano coi maschi prove di volo, io facevo prove di abbandono. Dopo venti giorni di cinema, pizza, normalità, avvertivo l’urgenza di non vederli più. Ricorrevo all’addio tramite sms: “Non funziona”, come se si trattasse di un elettrodomestico. Un introverso mi rispose con uno squillo e sparì nel nulla. Un logorroico mi scrisse una lettera di cinque pagine in cui mi avvertiva che un dipendente era stato risarcito dall’azienda perché licenziato tramite sms, concludeva con: “Quanti danni morali dovrei chiedere io a te?”. Ora fa l’avvocato. Un ricco mi comprò un cellulare molto costoso per convincermi a richiamarlo. Non accettai: mi piacciono i regali, non gli investimenti. Ora lavora in Borsa. Un mammone, che mi aveva invitato a casa sua per presentarmi, mi rispose: “Mia madre ha preparato il pranzo, che le dico?”, gli consigliai di dirle che non avevo appetito. Ora le presentazioni le fa al ristorante. Con loro ero stata prevedibile, inaffidabile, seriale: mai una foto insieme, una promessa, un ripensamento. Eppure, se li incontravo per caso, ci tenevano a fermarmi, volevano a tutti i costi offrirmi un caffè, azzardavano un contatto, mi chiedevano perché fosse finita, io mi chiedevo perché fosse iniziata, perché non m’insultassero, perché non sentissero l’oltraggio, l’orgoglio, l’abbaglio. ME N’ERO ANDATA PRIMA DELLA FINE: IO PER LORO NON AVEVO FATTO IN TEMPO A DIVENTARE STANCHEZZA, ERO RIMPIANTO, VOGLIA INTATTA, E LORO PER ME NON AVEVANO FATTO IN TEMPO A DIVENTARE MANCANZA 

Ti ho conosciuto in una pizzeria, a una cena universitaria. Stavi seduto accanto a una ragazza, lei era di Latina, ma sosteneva che sua nonna era regina d’Etiopia, tu la guardavi perplesso. Ho preso posto accanto a te, ho pensato: sei tu. Un giorno quando racconterai ad altri il nostro inizio dirai che stavi parlando con una principessa ed è venuta a infastidirti una “zanzarina”, io ti dirò zanzarina a chi?, ma nei tuoi diminutivi sentirò il sollievo di non dover essere grande. Ci siamo rivisti un diciotto maggio alle diciotto, alla fine delle lezioni mi aspettavi. Hai chiesto il mio numero di telefono a un’amica comune e io l’ho rimproverata per avertelo dato. Paura di te, delle nostre notti passate a passeggiare a vanvera per Roma. Sai?, mi sembra che certe piazze e certe strade le abbiamo viste solo noi, non le ho più trovate. Mi hai portato in ristoranti sofisticati, ma dal Cinese ti sei fatto coraggio e m’hai baciato. Due giorno dopo ho provato a lasciarti: “Non funziona”, ti sei piantato sotto casa mia, hai pianto, hai detto: «Aggiustiamola» e ci abbiamo provato. A insegnarmi come si tiene e si lascia tenere una mano ce n’è voluto, io bravissima a scansare, mi prendevi la mano, indicavi un’insegna e dicevi «tienimela fino a lì, manca poco». Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia. Abbiamo noleggiato cento film, non ne abbiamo seguito uno, abbiamo smesso di camuffare i nostri difetti, la discesa del mio naso, la tua altezza, i tuoi capelli arrabbiati, i miei più arrabbiati dei tuoi, il tuo ginocchio, la cicatrice che ho vicino all’orecchio, «bella questa malformazione» hai detto passandoci il dito sopra ed era come se la disegnassi tu in quel momento, ti ho detto «allora è una benformazione». Abbiamo costruito un vocabolario nostro, di parole minuscole ed esagerate, di progetti fatti, un figlio coi capelli inevitabilmente arrabbiati e i denti a perle, tu gli insegni a guidare la macchina ma io gli dico di andare piano, io gli scrivo le favole, tu gli spieghi come si sogna. 

I VENTI GIORNI ERANO SCADUTI DA MESI, ANNI, NON TENEVO PIÙ UNA CONTABILITÀ PRECISA. LA VOGLIA RESTAVA INTATTA E CRESCEVA INVECE DI DIMINUIRE. E MI MANCAVI ANCHE QUANDO C’ERI. 
Mi hai dato un anello e ti ho detto «è largo» senza nemmeno provarlo. In chiesa ci tenevi ad andare insieme, io non ero praticante, non lo sono, però una volta ti ho accontentato. Il prete recitava il primo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano.” Il nome di Dio invano non l’avevo mai fatto, ma di addio invano ne avevo detti tanti e dentro di me ho giurato di non aggiungerne un altro. La nostra prima foto ce l’ha scattata un marocchino. Io ho provato a dire no, niente foto, ma tu ci tenevi, hai fatto quella faccia, quando facevi quella faccia io pensavo sempre “perché no?”. È il mio compleanno, mi hai regalato il bracciale col cuore, quello che guardando una vetrina ti ho detto che mi piaceva e tu sei stato attento. Siamo nella stessa immagine: io pallida, quasi trasparente, tu scuro; io col broncio costante, tu che sorridi e non serve chiedertelo. A guardare bene, ci separa un’interruzione, un precipizio, uno strappo netto: l’ho fatto io una sera in cui volevo cancellare le nostre prove e un attimo dopo già l’aggiustavo con lo scotch. La foto l’ho messa in una scatola insieme al bracciale col cuore, all’anello, a tutte le lettere e le parole che non c’assomigliano più. Ma forse un gesto è solo un gesto e una frase è come tante, è chi la sente a caricarla di significato, cerco di convincermi ogni volta che un ragazzo mi fa una carezza, le mani sono mani, le tue, le sue, quelle di un altro, che differenza fa?, lui segue i miei lineamenti, scende sul collo, poi risale, si sofferma sulla cicatrice che ho vicino all’orecchio, penso: la benformazione, e scanso la sua mano infastidita. Vorrei che le parole per me non avessero tutta questa importanza, vorrei che non m’incatenassero a chi le dice, a chi le ho dette. E maledico i ricordi felici perché fanno più male di quelli feriti. Mi tornano in mente le vacanze estive, l’immagine di me bambina, il bagno al largo. Gli altri nuotavano dandosi slancio in lunghezza, con movimenti fluidi si mischiavano alle onde, seguivano la corrente, io m’immergevo quasi perpendicolare all’acqua, spingevo coi piedi, tenevo il respiro, volevo misurare il fondo, toccarlo, prendere una manciata di sabbia e portarla in superficie.
Risalivo in modo scomposto, gli occhi rossi, il fiato grosso, stringevo la sabbia bagnata in pugno e mi sentivo più forte, sapevo cos’era il fondo, ero capace di toccarlo e risalire, la corrente fino a quel punto era un pericolo che sapevo gestire. Ho la gastrite ma la Coca non rinuncio a berla: me la facevi trovare già sgasata, prendevi un cucchiaino e le davi una girata. Ti ho amato per queste accortezze, per le sciocchezze che mi venivano concesse, perché non volevo essere saggia, volevo essere stronza e ragazzina. Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale, perché insistevi per vedere i film horror e poi eri il primo a spaventarti, perché dopo un anno ancora ti spiegavo come arrivare a casa mia e tu alzavi gli occhi e ripetevi «la strada la so». Perché se camminavamo per strada curvavi le spalle per sembrare più basso e io salivo su ogni gradino possibile, perché se mi abbracci scompaio, perché una volta in macchina, mentre ci stringevamo, ti sei scordato d’inserire il freno a mano e abbiamo tamponato, perché quello che era normale diventava speciale, perché eravamo uno pure se eravamo due, ma soprattutto ti ho amato perché tu mi hai amata. Paura di te, della corrente. Eravamo al largo, così al largo, dov’era il fondo?, dove la fine? Sempre meno mia e sempre più tua. Dov’era il controllo? Dove l’autonomia? 

DA QUANDO TI HO LASCIATO, CON UN SMS, MI COMPORTO COME SE POTESSI INCONTRARTI OVUNQUE: a una mostra, una presentazione, in qualunque luogo pubblico mi trovi, tengo fisso lo sguardo sulla porta, aspettando di vederti entrare, cerco di farmi trovare sorridente, in buona compagnia, tra persone di successo e se qualcuno mi parla sottovoce e si fa audace, penso: se solo entrassi adesso, adesso, in questo momento, sarebbe un quadro perfetto. Da quando ti ho lasciato, ogni mio momento è recitato come se tu dovessi assistere. Lavoro vicino casa tua, ma allungo la strada per non passare lì sotto, ho il terrore d’incontrarti insieme a qualcuna, le tue mani sui suoi fianchi, vedervi attraversare la strada in fretta, con la certezza di finire sul letto e addormentarvi stanchi. Ma ci s’incontra anche in una città enorme e senza farlo apposta: ci vediamo all’ospedale, io sono radioattiva, ho appena fatto una lastra, tu esci da un esame. Non ci tieni a fermarmi, non mi offri il caffè, a stento un cenno, mi dici parole indegne di te e di me, di noi, vorrei spiegarti, ma spiegarti cosa?, che la paura dell’abbandono fa fare cose assurde, che per paura di sentirsi dire addio un giorno, si pronuncia per primi e subito, mi chiedi «come stai?» e finalmente lo ammetto, «male», mi guardi tutta e dici «non sembra», «tanto tu sei forte, sei saggia», sì, io sono forte, sono saggia, «tu non ce l’hai il cuore come tutti gli altri», già, io non ce l’ho il cuore come tutti gli altri, perché io ne ho uno solo di cuore, gli altri ne hanno almeno uno per ogni occasione.

Mi accompagni alla macchina, salgo, provo a mettere in moto. Niente. Provo di nuovo, provi anche tu ma il risultato è lo stesso. Non ho vinto io, non hai vinto tu. Spingiamo la stessa macchina che non è partita, non ha funzionato e non si sa perché, dev’essere la batteria, la benzina c’è, i presupposti per andare lontano c’erano. Spingiamo e parliamo, le tue parole affilate, le mie così vaghe. Penso: ti sto dicendo mille frasi adesso, ma vorrei dirtene solo una e non riesco. 

Forse sto aspettando anch'io di vederti rientrare nella scena e cerco di essere pronta in ogni istante. T'ho detto addio per paura di quello che sarebbe potuto essere, per la forza dei nostri sentimenti. Ora t'aspetto inutilmente... Vorrei solo far ripartire la nostra macchina perché viaggiare, con te, m'è sempre piaciuto.
Giulia Carcasi, Perché si dice addio.

venerdì 7 agosto 2015

Voglio solo te!

Voglio Te, solo Te!
Voglio te, solo te!
Lascia che il mio cuore
lo ripeta senza fine.
Tutti i desideri che mi distraggono
di giorno e di notte
in sostanza sono fasulli e vani.
Come la notte tiene nascosta nel buio
l'ansia di luce
così nel profondo del mio cuore
senza ch'io me ne renda conto
un grido risuona:
Voglio te, solo te!
Come la tempesta cerca la quiete
mentre ancora lotta contro la quiete
con tutte le sue forze
così io mi ribello e lotto
contro il tuo amore
ma grido che voglio te, solo te.
Rabindranath Tagore

sabato 25 luglio 2015

Aspetto

Aspetto, passano i treni, il caso, gli sguardi.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità tornare ancora,
ripetere, mai uguale, quello stupore infinito!
E finché tu non verrai, io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni, delle scie.
Immobile.
Pedro Salinas 

martedì 21 luglio 2015

Se solamente

SE SOLAMENTE
Pablo Neruda
Se solamente mi toccassi il cuore, 
se solamente mettessi la tua bocca sul mio cuore,
la tua bocca sottile, i tuoi denti,
e mettessi la tua lingua come una freccia rossa
là dove il mio cuore polveroso martella,
se soffiassi nel mio cuore, vicino al mare, 
piangendo,
suonerebbe con rumore scuro, 
con suono di ruote di treno assonnate, 
come acque vacillanti,
come l’autunno in foglie,
come sangue,
con un rumore di fiamme umide che bruciano il cielo,
suonando come sogni o rami o piogge
e sirene di un porto triste,
se tu soffiassi nel mio cuore vicino al mare,
come un fantasma bianco,
al bordo della schiuma,
in mezzo al vento,
come un fantasma scatenato, 
in riva al mare,
piangendo…

domenica 12 luglio 2015

Lettera n°68


Questa notte non riesco a smettere di pensare, sarà l'inattività del periodo, la mancata voglia di uscire, di conoscere persone, di vivere, non lo so, non ho voglia di dare una spiegazione a tutto questo qualunque cosa sia che mi frena, mi castra, mi blocca in una stasi costante in cui non riesco a fare nulla di più del lasciare che il tempo scorra e i pensieri mi invadano la mente. Penso a quello che non avrò con te. La scelta del dipinto messo qui sopra è dato da vari fattori, ma a me porta a pensare in primo luogo alla notte di San Lorenzo, alla non possibilità di vedere le stelle cadere assieme a te stesi su una qualche spiaggia avvinghiati col naso all'insù per esprimere dei desideri che magari non si realizzerebbero nemmeno, ma ci penso. Probabilmente non saremmo nemmeno stati assieme, un po' come Natale o Capodanno, però c'è, esiste come pensiero e non è il solo. Penso ai figli che non avrò con te al mio non poterli vedere giocare col trenino di legno che ti ho regalato, non vederli giocare con te, ascoltarti parlare. Non potrò più cucinare il cous cous o la lasagna per te. Non potrò più dormire con te, non potrò più baciarti, non potrò più  fare l'amore con te, non potrai più essere la prima persona che vedo la mattina. Penso alle passeggiate mai fatte, ne abbiamo fatte veramente poche, ma il freddo ci impediva di uscire per andare chissà dove, penso alle foto che avremmo potuto scattarci o scattare a quello che ci colpiva. Penso a quello che non sarà mai, come il conoscere la tua famiglia o tu conoscere la mia. Presentarti i miei amici e tu i tuoi. Penso e penso e penso. Penso a quanto mi sarebbe piaciuto essere amata da te, ma sono cose che non sono state e che quindi non potranno mai essere, lo sappiamo entrambi. Lo sai e lo so anche io. Mi dico razionalmente che dovrei smetterla subito, immediatamente di pensarci, di piangere come una stupida perché mi manchi, perché non riesco a sminuire in alcun modo quello che sento ancora. 
Eppure quell'artista che tanto piace scorrendo tra i suoi aforismi ha detto: "Che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?" potrei proporti un terzo tentativo, ma probabilmente non servirebbe a nulla, potresti innamorarti o io potrei non farlo più, ma sempre lo stesso Vincent ha anche detto: "L'amore è eterno: può cambiarne l'aspetto, ma non l'essenza.", quindi se è eterno dovrò semplicemente imparare ad accettare che la tua felicità non sono e non sarò io, il tuo amore non sono stata e non sarò io, dovrò sopportare questo macigno da sola, com'è sempre stato e continuerà ad essere. Non ci sono scorciatoie o tentativi. Ho fallito in tutto e anche in amore a quanto pare ho fallito. Non ci sono riuscita ad essere ricambiata o a farmela passare subito. semplicemente: io ho fallito.