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giovedì 28 gennaio 2016

Lettera n°80


It's been a long year
Since you've been gone
I've been alone here

Avevo deciso da tempo che questa sarebbe stata la colonna sonora per questa giornata, un anno che scatterà intorno alle diciotto, minuto più minuto meno. Eppure non è più totalmente appropriata, non sto cadendo a pezzi, sì, per carità, se vado a rileggermi determinate cose che mi hai scritto la lacrimuccia è li dietro le palpebre e preme per venire fuori, come dice Scott: "I keep a journal of memories", ma sta lì, tutto in una cartella, nascosto, accessibile, leggibile, ma per scelta chiuso. Ho scelto di andare avanti e non perché nella mia vita ho fatto entrare da un mese qualcuno, non è dipeso da quello, in questo lungo anno in cui più volte sono ricaduta tra le tue braccia, ad un certo punto ho compreso che dovevo semplicemente tornare a pensare a me e per quanto porti ancora strascichi del male che mi hai fatto (perché me ne hai fatto per quanto agli occhi tuoi ti senti totalmente immune da questa colpa), per quanto mi incasini con le paure, sto cercando pian pianino di imparare l'arte del distacco, l'arte del potersi donare veramente a qualcuno a piccoli passi, senza correre, senza progettare il futuro, senza la spasmodica ricerca di certezze, non che non ne abbia bisogno, mi hai portato a diffidare delle parole e a quanto pare pure dei gesti, eppure mi basta una piccola sorpresa per sapere che c'è qualcuno che a modo suo, un modo diverso dal tuo, mi vuole un po' bene, ci tiene a me, qualcuno a cui piaccio anche cosi incasinata per causa tua. E anche se ai suoi occhi resto ancora troppo legata a te, al tuo ricordo, anche se ancora ti giustifico rifiutandomi di definirti stronzo perché per me non sei stato stronzo, quanto vigliacco e codardo, comunque resta, lui è rimasto al mio fianco in questo mese, ha gioito con me per i miei piccoli traguardi, non mi fa pressioni, non mi fa pesare la tua assenza presente, per quanto sappia gli sia indigesta. C'è. Lui c'è. Ed è bello sapere che oltre me ci sia qualcun'altro. E' bello tornare a fidarsi piano piano e a sperare che forse, una volta guarita del tutto, potrò recidere quel filo che mi lega ancora a te. Non oggi, ma oggi parte realmente la ricomposizione di me. Se sono caduta a pezzi in questo anno, da qualche tempo mi sto ricostruendo, pezzo per pezzo sto tornando a galla. Piano piano sto rinascendo e abbandonando la Penelope che ti avrebbe atteso, che avrebbe atteso chi, in fin dei conti, stronzo lo è stato, perché tra le tante cose che mi ha donato non mi ha dato l'unica che, in realtà, era la più importante: NON MI HA MAI AMATO!!!

Adieu mon amour à sens unique

domenica 10 gennaio 2016

Lettera n°79

Mi hai abituata male, mi hai abituata ad avere le attenzioni che merito, niente cellulare in mano, niente parole senza occhi fissi nei miei occhi. Mi hai abituato alla presenza e alle parole, ma mi hai anche portata a non credere alle parole, agli occhi, ai sorrisi, ai gesti, agli abbracci e alle risposte evasive, mi hai portata a diffidare e a chiudermi a riccio dinanzi a tutto quello che di concreto non ha nemmeno la parvenza. Mi hai indotta a pensare di essere speciale e speciale non lo sono. Mi hai indotta a credere di essere perfetta, o quasi, e non lo sono e non lo sarò mai. So da me che un altro non sarà mai te, so che un altro sarà diverso da te, è diverso da te, eppure non posso fare a meno di trovare correlazioni o burroni abissali. Tu non mi amavi, non mi hai mai amato eppure mi hai dato quello che ho sempre voluto ed ora, ora vorrei quello più ciò che non mi hai dato da un altro e so da me che non potrò mai averlo, perché tu sei tu e un altro resta se stesso coi pregi e difetti. Ed io sono stanca, non ho voglia di stare a perdere la testa e abituarmi a nuovi ritmi, a vecchie emozioni vestite di nuovo. La verità è quella. Mi hai bloccata in un fottuto limbo in cui tu eri e resterai la perfezione e gli altri, gli altri restano individui che non ho la pazienza di conoscere o di cui non riesco a fidarmi totalmente. Frenata e intimorita. Impaurita più di quanto fossi quel giorno in cui ti ho coperto con la mia sciarpa verde. Sconsiderata, priva di difese all'epoca e così intimorita oggi da non riuscire a mantenere il giusto distacco per vivermi quello che viene senza troppi pensieri. Paura. Ho paura di stare ancora una volta male come sono stata dopo di te. Mi hai abituata male.

domenica 13 dicembre 2015

Lettera n°78

Sei come quel nodo che mi si forma quando c'è un po' di vento o umidità nell'aria. Quel nodo che mi fa male se lo pettino e ho solo due alternative:

1) reciderlo con le forbici
2) pazientare e cercare di districarlo pian pianino con il pettine e la spazzola

Inutile sottolineare quello che è ovvio, i miei capelli non li taglio da tre anni e non ho alcuna voglia di reciderne nemmeno un centimetro per un qualsivoglia nodo, quindi l'opzione numera due resta quella che ho scelto di perseguire. Pettino piano piano, soffro e sento il cuoio capelluto essere tirato, ma la sofferenza ci sta tutta se non vuoi perdere quello a cui tieni. E nello stesso modo tu che sei il mio nodo da quasi un anno a questa parte non vieni reciso con un semplice zac. Sarebbe più facile, lo sai tu e lo so benissimo anche io, ma non sarebbe nemmeno umanamente possibile, tu non sei cellule morte che si rigenerano ogni secondo, tu sei vivo, lontano, assente, nuovamente sconosciuto, ma sei vivo. Sei, paradossalmente, molto più concreto dei capelli, quelli potrei tagliarli, tanto ricrescono, ma tu? Tu no. Tu non torni più (lo so benissimo), ma resti qui, nonostante tutto ci rimani qui dentro di me. Per quanto possa dire o fare, sei qui. E sarò noiosa, ripetitiva, non me ne frega assolutamente niente. Questo è quello che sento e questo è quello che esprimo, mi conosci, sai perfettamente quanto sia incapace di mentire, ma a prescindere dall'incapacità concreta reputo le menzogne una presa in giro senza paragoni, sono e resterò sempre pro verità. Ma tanto so che non mi leggi più da tempo ormai, ti sarai stancato di sapermi qui in attesa di un qualcosa di improbabile e irreale, ma d'altra parte credo di aver smesso di scriverti con la speranza che tu mi legga quanto piuttosto sono tornata a farlo per il semplice bisogno viscerale di farlo, senza orpelli o fronzoli vari ed eventuali. E oggi ne avevo voglia, tutto è nato da un reale nodo incontrato durante la spazzolata post shampoo, quel nodo era veramente testardo, come te. Ho impiegato dieci minuti buoni a farmi male e pettinarlo per poterlo districare, in quel caso ho vinto io, non ho avuto bisogno di recidere la piccola ciocca colpevole di essersi ribellata, con te ho perso da subito. Le possibilità, seppur minime le ho avute, ho cercato di giocarmele come meglio avrei potuto, mi sono data completamente. Ho corso come uno di quei treni modernissimi che raggiungono in tre quarti del tempo classico la meta predestinata. E adesso attendo semplicemente quella data che mi sono imposta come scadenza, la pazienza non mi manca, di quella ne dispongo pure troppa. E dopo? Dopo non lo so, lo saprò quando arriverà quel dopo, per ora lascio che queste emozioni facciano il loro corso senza più frenarle. Che senso ha castrarle? Nessuno.
Spero tu sia felice e stia bene mio non più mio trenino annodato.

domenica 6 dicembre 2015

Lettera n°77

E anche stasera sento quell'impulso, quella voglia di condividere la mia giornata con te, resti sempre tu l'unico che vorrei rendere partecipe della mia vita, un po' come la canzone di Mengoni che ho sentito poco fa in cui, citando, dice: "Fra miliardi di persone ho visto solo te", sorrido se penso che prima di Mengoni, lo stesso concetto te l'ho espresso in mille modi differenti, a voce o per iscritto, non ho mai negato di aver scelto te, di aver visto solo te, di sentire, ancora oggi, la voglia e l'impulso di raccontarti di me. Ti sarebbe venuta la ridarella oggi (*), mi conosci sono un'inguaribile testarda, forse tanto quanto te, un po' meno te lo concedo, ma resta di fondo che lo sono e se mi impunto su qualcosa cerco di ottenerla. Oggi c'era il Nikon Live, ci sono andata con un gruppo di fotografi, ho perso un paio di workshop poi quando ho capito l'andazzo, ho mollato loro e me ne sono andata per i fatti miei a fare e sentire quello che volevo dal principio, li mi sono aggregata ad altri fotografi che conosco e che fanno parte dell'associazione fotografica a cui mi sono iscritta e con la quale mi sono messa concretamente in gioco e in discussione. Ammetto che appena sono approdata lì la prima cosa che ho fatto è stato vagare perduta osservando ogni persona presente. Ti stavo cercando trenino, ho sperato che tu potessi essere lì, che avrei potuto rivederti senza proportelo direttamente o senza che fossi tu a farlo (so che non accadrà più, sento distintamente che non ci saranno più occasioni come l'ultima volta, non ci saranno più malinconie che mi spingano a cercarti in qualche modo e non ci sarà nulla che spingerà te a cercarmi, siamo veramente lontani e distanti adesso, lo sento come sento le dita che pestano i tasti del computer e come sento le lacrime pungermi gli occhi, ma tranquillo le sto cacciando, non le voglio). Non c'eri naturalmente, non era destino reincontrarci, non ti piacciono quei posti, la folla, il caos, poi è sabato, probabilmente sei tornato a casa tua, nella tua terra, forse stai frequentando una nuova ragazza, non lo so, ma non c'eri, eppure... c'eri. Eri lì con me, come sempre, nella mia mente c'eri e ho sorriso ogni volta che mi mettevo a saltare da un posto all'altro o a fare gli occhioni stile Gatto con gli stivali del cartone animato e implorare i fotografi di farmi spazio perché sono una piccola nanetta e lì ti ho visto nitidamente a ridacchiare di gusto di me e di quanto potessi apparire buffa io e maschi che mi hanno fatto spazio tipo le acque del Nilo per far passare Mosè. Essere donna in quel contesto non è stato male, certo mi hanno fotografato in tanti, ma era normale e prevedibile, se si provano le nuove ottiche fotografi quello che ti capita per capirne la portata, la lunghezza e se ne vale o meno la pena acquistarla in futuro. Ad un certo punto mi sono fatta fotografare volontariamente lo ammetto, ho provato ad abbattere i miei muri, mi sono avvicinata ad un fotografo che fotografava tutti con vari attrezzi di scena e appena si è liberato gli ho proposto di fotografarmi, ma a patto che dovesse mostrarmi lo scatto, altrimenti avrebbe dovuto rifarlo. Il mio scatto è andato bene, gli ho sorriso di cuore e l'ho ringraziato ed ora attendo che carichi la foto nella pagina dell'evento, cosi da salvarla e tenerla lì come ricordo di una giornata che, tutto sommato è stata felice e divertente. Saresti stato fiero di me, della piccola nanetta che zompettando e scherzando si è fatta rispettare e senza spintoni si è presa un posto semi decente in sala posa per poter fotografare la modella di turno. Alla fine penso di aver guadagnato in sicurezza e nuove nozioni, nuovi punti di vista. Non ho ancora capito quale possa essere il genere di cui mi innamorerò totalmente ma su quello non ho fretta, lo capirò quando sarà il momento, come ho sentito di amarti quella sera mentre ti guardavo negli occhi e ti baciavo come se fosse l'ultima volta che lo facevo traendo il massimo da quei baci di cui non ero mai sazia. E torno a richiamare alla memoria te con te la ridarella e sorrido di cuore anche io vedendomi dal di fuori, ho fatto ridere, in effetti, vari fotografi con le mie peripezie per vedere qualcosa lì dove non arrivavo (praticamente ovunque), ma oh l'ho avuta vinta io, tra una risata e l'altra mi è andata bene, non so se è perché ho creato simpatia o perché son sembrata un po' disperata o perché fossi una donnina molto rock and roll con la sua macchina fotografica impugnata mentre saltellando e in punta di piedi sbuffavo e sparavo battutine ironiche sulla mia (non) altezza, però è divertente, ti stai immaginando la scena e stai ridacchiando, lo so. Ti conosc.. piccolo blocco, non so come continuare quella parola, conosco o conoscevo? Non è importante al momento, sappi solo che alla fine sono stata accompagnata da un altro amico fotografo, insomma mi sono arrangiata, una piccola avventura dove sono passata come un apetta di fiore in fiore cercando di essere presente per tutti, ma mantenendo me stessa come priorità assoluta.
Una volta giunta a casa mi sono messa a raccontare a mia madre tutto quello che ho combinato da questa mattina con Kenny che mi faceva le feste senza sosta, e anche lei ha sorriso, ma non le è preso il ridolino come sarebbe preso a te, chissà poi perché ti prendeva il ridolino, non l'ho mai capito in effetti. Comunque, a casa mi sono messa a cazzeggiare un pochetto e mi sono imbattuta in questo stralcio di Zafon, uno dei suoi libri che mi ha emozionato e colpito degli ultimi anni, tanto da spingermi a leggermi tutti i suoi romanzi. La citazione dice:

"Ero troppo per te. 
Troppo orgogliosa. Troppo scorbutica. Troppo problematica. Troppo insicura. Troppo poco gentile. Troppo poco dolce. Troppo disordinata. Troppo bambina. Troppo matura. Troppo emotiva. Troppo sognatrice. Troppo poco romantica. Troppo caparbia. Troppo poco elastica. Ero troppo per te. 
Ma non ero mai abbastanza."
C. R. Zafon, L’ombra del vento.

Tralasciando momentaneamente tutto, mi sono concentrata sull'ultima frase "Ma non ero mai abbastanza" ecco per evitare di far straripare le lacrime mi appiglio a quella frase, a quella sensazione che, tuo e mio malgrado, ho realmente sentito attaccata addosso quando... quando pensavo eravamo un qualcosa tu ed io. Ed è brutta come sensazione, so anche che adesso probabilmente ti starai incazzando o più probabilmente starai pensando che non è cosi, ma parliamoci chiaramente, non lo so, non posso sapere con certezza cosa ti può passare per la mente, a malapena credo tu mi legga ancora figuriamoci dare per scontata una tua eventuale reazione, non posso che ipotizzare pur essendomi promessa da tempo di non farlo più, perché alla fin fine sono sempre e solo io quella che sta male, che affonda e non riesce a risalire poi facilmente, sono io quella che fa tre passi avanti e cento indietro ogni qualvolta mi ritrovo a scriverti, pensarti o lasciar straripare le lacrime e le parole. E lo so che ora sto percorrendo quei passi indietro, ma non posso farne a meno, non oggi, non dopo il tripudio di emozioni e la costanza con la quale mi sei stato affianco stile spiritello birbante e molesto. Per un attimo ho creduto sul serio di poterti raccontare tutto, ma mi sono resa conto che non era la realtà, tolto questo mezzo non mi resta più nulla e non mi venire a dire che posso cercarti che si può essere amici, io non posso esserti amica, non ancora, non so quando e se ciò potrà accadere, ma so di non poterlo essere al momento, perché non mi è passato proprio nulla, non mi è passato il sentirti "giusto", non mi è passato il saperti "la persona", non mi è passata quell'unica emozione che avrebbe dovuto e che dovrebbe sparire, non mi è passata la voglia di baciarti, di amarti, di fare l'amore con te, di vivere ogni giorno che mi rimane da vivere con te, non mi è passato proprio nulla, resti tu il mio metro di paragone e questo mi spinge semplicemente a buttarmi su tutto ma non più sulle conoscenze eventuali, non ha senso, sai come la penso, ho provato a gettarmi nella mischia, ho provato realmente ad andare avanti, a forzarmi, ad obbligarmi a sopprimere e nascondere tutto, ma non serve a nulla, resta li il fardello. Resta la mancanza che sento, la malinconia, la voglia di sentirti ridere come uno scemo, la voglia di sentirmi dirmi che sono bella o un scendi scendi per ritrovarti sotto casa. Vaneggiamenti. Sono solo vaneggiamenti e illusioni lo so. E' solo un cuore ferito che spera invano il ritorno di chi non ha mai messo in gioco il proprio cuore. Folle. Sono momentaneamente folle e la follia mi porta a sentire totalmente mia questa canzone che sto ascoltando (giustamente mi faccio male musicalmente, ma che ci posso fare se ci sei tu in questi versi?) e da qui nasce il (*) che ho messo poco fa perché ha connessione con un verso:

Le cose che non ho
sono come te,
ti assomigliano un po'
sono bellissime
Mentre guido piano verso casa,
in compagnia di una radio accesa,
c’è una canzone che riempie l’aria della sera.
Le cose che non ho,
radici e nuvole,
e lì in mezzo ci sei tu,
da qualche parte.
A volte un nome sulle labbra appese,
anche se più leggero di una piuma
quando il suono di una felicità che si consuma.
La mia vita è sempre uguale
sembra calma come me
appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te.
E so che non si torna indietro mai
lo so io, lo sai tu,
ma se dovessi cambiare idea, io sarò qui.
Le cose che non ho, ragioni e regole
neanche il cuore adesso sa che cosa fare.
Avrei voluto regalarti i miei sogni
e farti ridere fino a stancarti, (*)
ti avrei difesa dai dispiaceri con le mie mani.
La mia vita è sempre uguale
sembra calma come me
appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te.
E so che non si torna indietro mai
o so io, lo sai tu,
ma se dovessi cambiare idea, io
se dovessi cercarmi ancora, io
sarò qui perché di te non c’è niente che non so
e non avrò paura di un addio sincero, ma devi crederci davvero.
La mia vita è sempre uguale
e sembra calma come me
appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te.
E so che non si torna indietro mai
lo so io, lo sai tu,
ma se dovessi cambiare idea, io
e se dovessi cercarmi ancora, io
sarò qui
sarò qui.


Non penso debba aggiungere altro, io... Io sono qui, sono ancora qui, sarò ancora qui se dovessi cambiare idea. Ed eccola lì l'altra immagine mentale di te in auto che ascolti la radio mentre vai da qualche parte, magari è la stessa stazione radio che ascolto anche io, la stessa canzone, i Guns'n'Roses che ci perseguitavano all'epoca. Lo ricordo. Io ricordo. Ma tu ridi, continua a ridere e a farti prendere dal ridolino compulsivo. Sei bello da morire quando ridi.

sabato 5 dicembre 2015

Lettera n°76

Come stai? E' da un po' che non ti scrivo, non perché non ne abbia avuto la voglia, quanto piuttosto perché ho cercato di evitare un dolore gratuito, quel dolore che ogni parola mi provoca cosi come il semplice pensiero di te. Eppure oggi eccomi qui, non ho potuto fare a meno di pensarti, vuoi perché un anno fa di questo periodo eravamo, forse è meglio dire ero, felice, veramente felice, ed oggi lo sono stata un po'. Mi sei venuto in mente come quella persona a cui vorresti raccontare la tua giornata. Raccontare delle mille peripezie che stai facendo per un concorso fotografico nazionale al quale ti sei iscritta, raccontare nei minimi dettagli la giornata lavorativa passata a sorridere e rimproverare e poi a motivare i miei studenti. Ti parlerei del mio ultimo alunno di quanto sia trementamente lingua lunga, del filo da torcere che mi da quotidianamente, ma di come già faccia parte di quelle poche persone a cui tengo, perché lo sai quanto tengo ai miei nanetti, sai quanto per me sia importante dare loro non solo un aiuto concreto nella loro istruzione, ma essere, all'occorrenza, anche quell'amica un po' più grandicella con cui confidarsi e a cui chiedere consiglio, sulla quale appoggiarsi se si sta male. Sono i miei cuccioli, i bambini che non ho partorito, ma che vedo crescere anno dopo anno e che accompagno per mano fino alla maturità. Ti parlerei di Kenny del suo essere diventato sempre più pigro e del suo essere ancora terribilmente terrorizzato dai botti, tant'è che quest'anno il veterinario gli ha dato delle pilloline che sembrano il valium per i cagnolini, ma almeno starà bene e non soffrirà d'ansia, si potrà godere queste giornate elettrizzanti, cariche di attesa e di aspettative per il Natale che è alle porte e per la fine dell'anno. Ti parlerei del mio continuare ad arrossire quando parlo con qualcuno anche per telefono, ma del sentirmi un po' di più realizzata quando i miei progetti vengono accolti con entusiasmo, mi vedresti iperattiva e instancabile, come lo ero un anno fa, mai immobile. Una piccola trottola che va da una parte all'altra e che cerca di far rientrare tutto in piccoli lassi di tempo. Ti parlerei delle mie giornate, delle mie incazzature, delle montagne superate (metaforicamente), di quello che sto imparando con il confronto quotidiano, di quanta soddisfazione stia avendo e di come un po' stia credendo in me stessa nonostante non ci sia tu a fare il tifo per me. Ho iniziato un secondo romanzo, anche se, ammetto, sono mesi che non riesco ad andare avanti, non perché non sappia come proseguirlo, ma mi fa male la sua stesura come il primo, fa male staccarsi e lasciarsi andare tra le parole, fa male riversare tutto li dentro e non ho voglia di piangere, bastano le lacrime che ho versato e che verso ogni volta che mi vieni in mente, proprio come ora. Penso siano sufficienti al momento e bastino come razione, non occorre aumentarne il dosaggio, non per ora, certo le lacrime portano con loro una emozione e non hai idea di quanto ne abbia bisogno dal momento che sono diventata aemozionale, stimolo le emozioni con la fotografia, con i libri, con i film, ma non sempre hanno effetto, non sempre accendono qualcosina. So che non mi leggi più, ma mi fa un pochino bene liberare le parole, lasciarle andare e fermarle qui sopra. Mi liberano quel tanto che basta per poter respirare. Mi manchi, ma non ti cerco. Sei libero e io lo diventerò realmente tra pochi mesi (spero). Spero tu stia bene, ma veramente bene. Spero tu sia felice e sereno. Volevo dirti solamente questo. Eri la persona ed ora... ora non sei più nulla. Un fantasma del passato. uno sconosciuto che vorrei rivedere domani, che vorrei riconoscere tra i tanti che ci saranno al live, ma so che non si sarai, non fanno per te la confusione e i workshop, ma chissà, magari sbaglio. 

sabato 26 settembre 2015

Lettera n°75

Come immaginavo oggi è un anno preciso dal nostro primo appuntamento, quell'appuntamento col vento, i gatti bisticcioni e fare l'alba in auto baciandoci come ragazzini. Un anno da quelle emozioni che personalmente ho provato. Per quanto contrastanti potessero essere, ho provato emozioni pure e devastanti. L'insicurezza su come comportarmi il giorno dopo, le tattiche da usare o evitare, i film mentali e quel sapore sulle labbra gonfie di... Direi amore, ma ora so che amore non lo è mai stato. Diciamo gonfie di baci ardenti e delicati con l'aggiunta di un po' "troppa lingua". Sorrido e piango mentre scrivo, perché nonostante tutto, il ricordo non è negativo, perché nonostante come sia andata a finire serbo ricordi belli di quel poco tempo in cui mi sono sentita prevalentemente felice. Piango per la nostalgia delle emozioni, piango per il caos che regna sovrano adesso. Abbiamo fatto di nuovo l'alba. Abbiamo litigato. Abbiamo (principalmente tu) riso, abbiamo parlato, senza soffermarci troppo su cose che avrebbero potuto innescare nuovi bisticci verbali o incomprensioni dure a morire. Abbiamo fatto cose "fuori luogo" da sconsiderati, senza quella freschezza di un anno fa, con un macigno di rabbia, dolore, incomprensioni, che ci trasciniamo e che puntualmente tornano fuori in un modo o nell'altro. Che abbiamo fatto quindi? Una cazzata e nulla di più. Lasciarsi andare (mai totalmente) a che serve? Ci mantiene solo costantemente legati in un modo o nell'altro e viene meno quella rottura che in realtà si è creata mesi fa. Vengono meno i miei propositi, viene meno il mio distacco emotivo. Sussurrarti un "ti odio" senza sentirlo, consapevole che in quella frase tu ci abbia letto un'emozione diversa e opposta. Frustrazione. Ancora. Quella con te è un po' all'ordine del giorno, come si suol dire, ma è anche scontata lì dove il lasciarsi andare arriva ad un 70% e poi la testardaggine torna a prendere il sopravvento. Non importa, non è più importante, posso sempre dissiparla altrove, lo sai, te l'ho detto chiaramente, se volessi saprei come impiegare il mio tempo, cosa che comunque faccio a prescindere, perché si va avanti, non posso restare immobile in attesa di un qualcosa che non muterà mai. Non posso restare invischiata in un qualcosa di doloroso e irreale. Quindi è stato uno sbaglio, voluto da entrambi, ma pur sempre uno sbaglio. Abbiamo fatto una cazzata. Eppure ancora mi domando: "Tu perché non mi hai dimenticata?".
Tranquillo, conosco la risposta. Mi faccio i fatti miei.

giovedì 17 settembre 2015

Lettera n°74

Oggi sarebbe stato un anno dalla prima volta che ci siamo parlati, è strano sapere che invece ora non ci si parla più, ma di cosa dovremmo parlare? Si è instaurato, per quanto mi riguarda, imbarazzo, soggezione, sfiducia, incapacità di lasciarmi andare come un tempo. Come ho scritto nella lettera precedente, il tempo passa e si cambia, io non so più chi tu sia, cosi come tu non sai più chi io sia, cosa faccia, come stia realmente, cosa senta. Oggi posso dire di stare bene, sto andando avanti, te l'ho già scritto, ieri sera è stata una bella serata, sento ancora la sabbia tra le dita dei piedi pur non avendola realmente. Sento l'odore del mare e la salsedine pizzicarmi le guance. Il vento scuotermi la treccia e le città scorrere veloci ai miei lati. Ho passato una serata dolce e libera. Un treno in lontananza fischiava mentre mi lasciavo abbracciare. Ti ho pensato in quel frangente, ma poi ho preferito allontanarti come fare con un insetto molesto. Era la mia serata non dovevi entrarci in alcun modo. Sono stata bene e sono stata felice. Mi porto addosso ancora quella sensazione di vita priva di sofferenza. Sarai sempre tu l'amore della mia vita, ma non posso costringerti o costringermi a fossilizzarmi su chi per me non ha più alcun interesse. Spero tu stia bene. Spero tu sia felice, per fugace che sia questa emozione. Te lo auguro come te l'ho augurata mesi fa quando la parola fine è precipitata con la precisione di una katana giapponese sulla nostra storia. Mi stai perdendo, la realtà è quella. Mi stai semplicemente perdendo, non che la cosa ti importi in realtà, ma mi fa bene scriverlo: mi stai perdendo.

martedì 15 settembre 2015

Lettera n°73

("Emotional Imprisonment" Foto mia)
Per quanto ancora mi creerai scombussolamenti emotivi di forza tale da mettermi il magone nello stomaco? Per quanto ancora un semplice pensiero mi riempirà gli occhi di lacrime? Per quanto tempo ancora mi turberai e avrai il potere di farlo? Per quanto? Io non lo so. Ogni volta che sembra stia andando tutto per il verso giusto, o quasi giusto, mi ritrovo a percepire il cuore che batte all'impazzata ed emozioni contrastanti riempirmi talmente tanto che mi chiedo quand'è che scoppierò e finirò in un milione di pezzi. 
Sto vivendo le giornate cosi come vengono, senza aspettarmi nulla, eppure ci sono giorni in cui mi fai ancora male, o mi fai arrabbiare o mi fai semplicemente sorridere. Quando diavolo diventerai un semplice ricordo privo di conseguenze emotive? Tu lo sai quando? Perché io non ne ho la più pallida idea e probabilmente il non saperlo mi manderà al manicomio (sempre ammesso che ne aprano uno apposta per me). Mi manchi, ma probabilmente mi manca chi pensavo di conoscere, perché chi tu sia adesso io non lo so, non lo posso sapere e probabilmente non voglio nemmeno saperlo. Mi fai male, lo sai tu e lo so bene anche io, quindi anche se so che non mi leggi più, scrivo qui quello che avrei il desiderio di scriverti direttamente altrove. In quel altrove che ha scaturito l'emozione che mi sta devastando, cosi come la domanda che mi sovviene in mente: "PERCHE'???".
Ho letto il tuo status di whatsapp, non volevo farlo, ma stavo cercando qualcuno tra i contatti e li mi vengono fuori gli status ed ho letto quello che hai scritto. Perché rinunciarvi? Vorrei essere capace di poter essere io la fortunata a prendere tutto, ma non posso esserlo. Non me lo posso permettere, e sicuramente anche se avessi potuto, non credo ti avrei cercato per proporti la cosa. 
Sto ricominciando ora a stare un po' meglio, sto ricominciando ora ad aprirmi e a lasciarmi andare. Sto ricominciando ora ad andare avanti e a lasciarmi stringere, coccolare e baciare da chi non mi interessa poi troppo sapere se mi vuole o meno, come invece mi interessava di te. Non mi importa più vivere col patema d'animo su che sarà, che accadrà, o come andrà a finire, non me ne importa più nulla, forse perché non mi interessa nulla della persona, forse perché sono talmente ferita che do per scontato che la vita mi offra solo palliativi, ma sino a quando provocano un minimo di emozione me li prendo tutti cosi come vengono. Cosa ho da perdere? Nulla. Ho perso tutto quello che potevo dare con te. Ho perso la ragione, l'amore, ho perso me stessa e va bene cosi, deve andarmi per forza bene. Ti ho scelto un anno fa. Io ho scelto te. Ho scelto di fidarmi, ho scelto di rischiare, ho scelto di amarti, sì, perché anche quella per certi versi non è altro che una scelta. Io ho scelto te e tu non hai scelto me. Ora sto scegliendo me, nonostante tu resti ancora il carceriere delle emozioni, nonostante tu sia quello che mi faccia battere il cuore più di un "ti penso" o un "odio e amo" che potrebbero dirmi costantemente. Nonostante tutte le belle parole, i bei gesti, uno sfarfallio di emozioni blande, tu resti. Nonostante tutto ci sei ancora. Sei tu quello che cerco di notte, e qui, lascio che la Merini mi venga in aiuto.
Di notte,
mentre dormo
o tento di dormire,
con le mie mani calde 
io tocco le lenzuola
e vorrei una presenza
che mi colmasse il cuore.
Invece è solo buio
e ho paura del giorno,
e invece è solo sera
e tremo del mattino.
Ma di notte ti vedo
genuflesso al mio lato
e hai l'incandescenza
della stella cometa.

Alda Merini
Concludo questa inutile sfogo, lettera o chiamalo come ti pare chiedendoti: "Perché rinunciare all'unica cosa che avevamo in comune? Perché".

venerdì 14 agosto 2015

Lettera n°72

«In ogni storia a un certo punto arriva una grande svolta. Uno sviluppo improvviso. La felicità è sempre uguale, ma l’infelicità può avere infinite variazioni, come ha detto anche Tolstoj. La felicità è una fiaba, l’infelicità un romanzo»
Murakami Haruki, “Kafka sulla spiaggia”


Quanto ha ragione il mio caro Murakami citando Tolstoj. L'infelicità può avere infinite variazioni, ed in questi ultimi mesi mio malgrado le sto vivendo tutte senza tralasciarne alcuna. Non perché lo voglia, ma perché una volta che ti si appiccica addosso l'infelicità non si schioda più tanto facilmente, e si può lottare, divincolarsi, strepitare ed urlare, ogni cosa appare vana via via che si va avanti nel tempo. Quell'alone rimane nello sguardo, nell'animo, nelle parole, nei gesti e nei pensieri. Ho vissuto una fiaba piena di felicità, ero talmente felice da essere totalmente ottenebrata, perduta, ma comunque felice. E adesso, nella stessa maniera mi ritrovo infelice, vuota, malinconica, malconcia come un pugile alla fine di un incontro all'ultimo sangue. 
Tento ancora con tutte le mie forze di risalire a galla, di lottare contro la corrente che mi spingerebbe sempre più a fondo, ma basta ancora cosi poco per ridurmi a una bambola priva di forze. Mi basta veramente pochissimo. Che sia il fischio di un treno, che sia una parola, un odore, un luogo, un pensiero o una emozione ed eccola lì con quel ghigno malefico tornare a riportarmi coi piedi per terra. Resto ancorata ancora a quella che è l'opinione che mi sono fatta, resto ancorata a quella briciola di fiducia che mi rimane, resto ancorata ai ricordi seppur fraintesi o falsati. Resto ancorata alle giustificazioni che ancora mi racconto. Resto ancorata al desiderio che chi mi ha reso infelice possa essere, a differenza mia, felice sino a scoppiare. Resto ancorata a ciò che non è mai esistito e mai esisterà. Mi aggrappo con le unghie fregandomene del dolore che mi squarcia dentro. Sì, me ne frego. Perché posso lamentarmi, inveirgli contro, posso arrabbiarmi, odiarlo per piccoli frangenti, ma alla fine giustifico gesti, parole pur ritrovandomi a pensare e credere di non conoscerlo affatto. Non ci sono mai certezze in questa vita, ma quelle poche su cui facevo affidamento, col tempo vanno a perdersi. Si cambia. Le persone, inevitabilmente cambiano. Ma tu chi sei? Chi eri? Eri felice? Stavi bene? Pur credendo che fosse andata cosi, che lui stesse bene, non era abbastanza, E l'incoerenza torna a regnare sovrana, non su di me, io resto coerente anche negli errori che posso commettere, ma tu, tu resti incoerente. Volevi amare, lo desideravi e ora non lo vuoi più, ti convinci di non poterlo avere, ti convinci che rimarrai solo eppure... Solo io ci vedo incoerenza? Ma dai, sono giustificabile, sì, lo sono. Sono infelice e soffro. Delirio come in preda a una febbre altissima e incurabile che ha il tuo nome vicino alla parola AMORE.

martedì 11 agosto 2015

Lettera n°71

Scrivo nonostante tu mi abbia detto che non leggi e quindi non leggerai. Scrivo perché non posso farne a meno di farlo. Scrivo perché è a te che voglio scrivere e dire quello che sento. Scrivo perché ne ho quasi un bisogno primordiale e viscerale. Non posso farne a meno, per quanto possa trattenermi, per quanto possa impormi il silenzio le dita scorrono leggiadre sulla tastiera o sui fogli, se ne fregano loro dell'orgoglio o del tuo non amarmi. Se ne fregano le parole se non verranno lette da chi le ha scaturite. Loro ci sono e vogliono essere partorite, non aspettano più. La gestazione è giunta al termine massimo, si direbbe cosi con un bambino che vorresti tenere nella pancia quanto più possibile cosi da evitargli le brutture di questo mondo, ma le parole sono forti, sanno affrontare il silenzio, gli occhi chiusi, il disinteresse, i nuovi incontri e le nuove conoscenze, sì loro ci riescono, io non troppo, ma non importa. Oggi ho dovuto trattenere le parole e le lacrime. Ho alzato lo sguardo al cielo pur essendomi promessa di non farlo, non c'erano stelle nel mio cielo, nessun desiderio espresso, ma tanto a che pro? Quello che desidererei non potrebbe avverarsi mai. Chi desidero mi rifiuta costantemente. Chi amo non ricambia. Nugoli di esseri ronzano fastidiosi intorno ma io voglio solo quella luce che mi fa stare bene e male al contempo. Io voglio sempre e solo te. Stupida. Sono solo una stupida incapace di lasciarti andare. Incapace di vederti per quello che probabilmente sei. Ma alla fine tu chi sei? Chi sei veramente? Volevi innamorarti, Dio quanto lo desideravi e ora? Ora senti che rimarrai solo, eppure... Eppure niente, sai cosa potrei scrivere, ma lo trattengo, mi censuro qui. Devo. Per me e per te. 
Volevo solo guardare le stelle cadere con te, ma probabilmente non le avremmo viste nemmeno se fosse andata diversamente, sarebbe stato come a Natale, separati. Ognuno per la sua strada. Come adesso. Come allora. Cosi e per sempre.
Spero che almeno per te questo San Lorenzo sia stato felice e pieno di stelle cadenti e di desideri sussurrati col cuore colmo di aspettative e desiderio.

martedì 21 luglio 2015

Lettera n°70

Hai talmente idealizzato l'amore che adesso ti ritrovi a non riuscire più a scorgerne ogni sua sfumatura, ti paralizzi perché reputi quel po' che senti come un nulla in confronto a quello che vorresti o pensi di dover sentire. Non sono capace di quantificare il numero di volte che ti ho detto verbalmente o scritto questa mia opinione, ma oggi ci stavo ripensando prima di cadere nell'oblio acuto del sonno creato da un mix tra tristezza e caldo insopportabile. Mi sto trattenendo dal cercarti, non ne ho alcun diritto, e il semplice sentirne la voglia non è sufficiente, principalmente per me. Vorrei che fossi tu a cercarmi, ma so che non accadrà prossimamente, non dico mai, perché dire mai non ha poi troppo senso, tra te e me c'è un unico mai concreto ed è più che sufficiente a mantenermi, delle volte, coi piedi per terra. Però nell'oblio del sonno ultimamente ti ritrovo. Sei li, mi sorridi e sei bello da mozzare il fiato. Poi mi sveglio e torna a farmi compagnia la frustrazione pura e nuda. Dovrei andare avanti e credimi, ci sto provando, non sempre lo ammetto, ma ci provo quando sento di riuscire a sopportarne il peso. Delle volte invece mi lascio andare totalmente e mi ritrovo disarmata e dolorante, quasi febbricitante immaginaria. Ma il dolore dell'animo non lo si può descrivere facilmente, indi per cui concedimi la licenza poetica della sintomatologia delle malattie più comuni e concrete. Tu stai andando avanti lo so, ne sono certa e fai bene, era quello lo scopo, resta sempre lo scopo ultimo di questo distacco, di questo silenzio, di questa assenza: la tua felicità. Alla mia ci penserò quando sarà il momento, quando riuscirò a non pensarti cosi intensamente da percepire lo stomaco chiudersi e gli occhi velarsi senza sosta. 
Ho una voglia assurda di vederti, nonostante il mio, quasi certo, sentirmi un po' a disagio, contratta e rigida o ansiosa tanto da torturare qualunque oggetto detenga nelle mie mani. Ho voglia di tenere il tuo viso tra le mie piccole mani, accarezzarti le guance con la barba ispida e riempirti di baci. Voglie malsane, ne sono consapevole, ma che ci posso fare se ci sono? 
Scappare non avrebbe senso, ti porterei ovunque anche aldilà dell'Italia tu saresti con me. Se mi gettassi tra le braccia del primo che capita so già per esperienza che anche li, tu ci saresti, ecco devo partire da li, partire dallo smettere di tenerti qui (apro le braccia per farti capire che qui sarebbe ovunque e mi indico la testa perché da li inizia tutto, da li sei entrato senza fretta dieci mesi fa o giù di li). 
Spero che questo caldo sia di tuo gradimento, avrei voluto viverti anche in questa stagione, ma cosi non è stato e cosi non sarà. 

lunedì 20 luglio 2015

Lettera n°69


E' solo una foto che non dirà niente a nessuno, ma se l'ho scattata è perché mi ha colpito non solo la composizione tra portone, portoncino, balcone, scale e finestre varie, ciò che mi ha colpito è un benedetto numero che, puntualmente, mi riporta a pensarti. Probabilmente a te quel numero non dirà proprio nulla, ha significato solo ed esclusivamente a me, sono io, infatti che lo associo a te. Ma anche il luogo in cui ho scattato questa foto mi ricorda di te, mi ricorda il nostro primo appuntamento o quel che era, un semplice incontro sfociato in ore di baci sotto casa mia e colmo di una emozione che pensavo fosse trascinante ed evolutiva, ma che in realtà ha avuto inizio e fine lì, in quel frangente iniziale. A chi non piacciono gli inizi? Nessuno li detesta, sono quello che rendono una relazione, qualunque sia la natura di essa, un qualcosa di importante o meno. Il giorno in cui l'ho scattata ho dato per scontato che andare lì non avrebbe sortito alcun effetto nella memoria a differenza di quella panchina che non riesco ancora ad andare a fotografare, lì c'era qualcosa di concreto, la voglia di stare assieme, di condividere del tempo assieme fotografando a casaccio e parlando e ridendo. Eppure quel posto che ricordo con vento fortissimo, salsedine e due gatti pronti a combattere per il territorio e noi due, spettatori silenziosi in attesa di comprendere chi dei due lottatori avrebbe vinto, era uguale, ma al contempo differente. Non c'era un alito di vento, il mare era calmo come una tavola sulla quale si può cenare o pranzare tranquillamente, le strade piene di turisti e persone con macchine fotografiche attaccate al collo. Bambini allegri o addormentati. Giovani coppie innamorate e coppie datate. Diverso il contesto, diversa la compagnia. La fontana piena di persone, la piazza colma di bancarelle, nessuna sciarpa avvolta intorno ad un collo che non conosce. Mi si riempiono gli occhi se ci penso, ma sorrido anche, dualismi anche nelle emozioni che il ricordo di quella serata mi provoca dentro. Tranquillo, poi passa. Prima o poi non piangerò più, prima o poi mi lascerò andare con qualcun altro che sia disposto a darmi del tempo e ad amarmi come secondo te merito, a me le tue briciole, tutto sommato, bastavano. Mi rendevano felice, ma per te non era lo stesso. Ora lo so. Sono solo ricordi di ciò che è stato. Parto mentale personale di un qualcosa mai esistito realmente.

domenica 12 luglio 2015

Lettera n°68


Questa notte non riesco a smettere di pensare, sarà l'inattività del periodo, la mancata voglia di uscire, di conoscere persone, di vivere, non lo so, non ho voglia di dare una spiegazione a tutto questo qualunque cosa sia che mi frena, mi castra, mi blocca in una stasi costante in cui non riesco a fare nulla di più del lasciare che il tempo scorra e i pensieri mi invadano la mente. Penso a quello che non avrò con te. La scelta del dipinto messo qui sopra è dato da vari fattori, ma a me porta a pensare in primo luogo alla notte di San Lorenzo, alla non possibilità di vedere le stelle cadere assieme a te stesi su una qualche spiaggia avvinghiati col naso all'insù per esprimere dei desideri che magari non si realizzerebbero nemmeno, ma ci penso. Probabilmente non saremmo nemmeno stati assieme, un po' come Natale o Capodanno, però c'è, esiste come pensiero e non è il solo. Penso ai figli che non avrò con te al mio non poterli vedere giocare col trenino di legno che ti ho regalato, non vederli giocare con te, ascoltarti parlare. Non potrò più cucinare il cous cous o la lasagna per te. Non potrò più dormire con te, non potrò più baciarti, non potrò più  fare l'amore con te, non potrai più essere la prima persona che vedo la mattina. Penso alle passeggiate mai fatte, ne abbiamo fatte veramente poche, ma il freddo ci impediva di uscire per andare chissà dove, penso alle foto che avremmo potuto scattarci o scattare a quello che ci colpiva. Penso a quello che non sarà mai, come il conoscere la tua famiglia o tu conoscere la mia. Presentarti i miei amici e tu i tuoi. Penso e penso e penso. Penso a quanto mi sarebbe piaciuto essere amata da te, ma sono cose che non sono state e che quindi non potranno mai essere, lo sappiamo entrambi. Lo sai e lo so anche io. Mi dico razionalmente che dovrei smetterla subito, immediatamente di pensarci, di piangere come una stupida perché mi manchi, perché non riesco a sminuire in alcun modo quello che sento ancora. 
Eppure quell'artista che tanto piace scorrendo tra i suoi aforismi ha detto: "Che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?" potrei proporti un terzo tentativo, ma probabilmente non servirebbe a nulla, potresti innamorarti o io potrei non farlo più, ma sempre lo stesso Vincent ha anche detto: "L'amore è eterno: può cambiarne l'aspetto, ma non l'essenza.", quindi se è eterno dovrò semplicemente imparare ad accettare che la tua felicità non sono e non sarò io, il tuo amore non sono stata e non sarò io, dovrò sopportare questo macigno da sola, com'è sempre stato e continuerà ad essere. Non ci sono scorciatoie o tentativi. Ho fallito in tutto e anche in amore a quanto pare ho fallito. Non ci sono riuscita ad essere ricambiata o a farmela passare subito. semplicemente: io ho fallito.

venerdì 10 luglio 2015

Lettera n°67

Continuo ad andare avanti ottenebrando la mente cosi da annullare o rendere meno pesanti e presenti determinati pensieri, però poi in una notte come questa non posso fare a meno di lasciare che la testa scoppi di immagini, pensieri, ricordi e di quello che avrebbe potuto ma non sarà. Stavo ricordando le notti in cui abbiamo dormito assieme, a te non parrà così, ma per me i nostri corpi erano due pezzi di puzzle che andavano a combaciare perfettamente. Ossa, carne e respiri delle volte all'unisono. Ci stavo bene tra le tue braccia, dormivo, già dormivo e non lo avrei mai immaginato in passato che sarebbe accaduto. Lo sai, non sono mai stata una che dorme a casa dei ragazzi, nemmeno quelli che erano ufficialmente i miei compagni. Troppo intimo, lo dicesti anche tu, sei disarmato quando dormi. In inverno abbiamo dormito abbracciati, stretti l'uno all'altro, certo delle volte non andava esattamente cosi, vuoi per quello che non sentivi tu, vuoi per bisticci sterili, capitava anche che solo le schiene si andassero a sfiorare. Ma comunque eravamo vicini. E qui mi è sorta una domanda: e in estate, con questo caldo che c'è adesso, come avremmo potuto dormire? Lo so, non dovrei pormi queste domande, tu ed io non abbiamo alcun futuro, quello è decisamente certo, quasi quanto la morte. Non dormirò più tra le tue braccia, non saprò mai se in estate ci saremmo tenuti stretti oppure se ognuno avrebbe occupato una parte propria del tuo letto. Piango e sorrido all'unisono, dolore e consapevolezza. Sì, so che non esiste futuro, ma la parte di me che sente ciò che desidero non sentire frigna come una bambina che inciampando è caduta e si è sbucciata le ginocchia. Me lo dai tu il bacio che guarisce tutto? Non credo, mi bacio da sola, sono rimasta io, o perlomeno è rimasta quella che è rimasta di me. Come vedi non sono affatto forte, non lo sono per nulla, semplicemente ho iniziato a mettere su piccoli muri ancora un po' instabili, ho imparato a fingere di stare bene o qualcosa di simile, che cos'altro mi resta? Non mi resta nulla se non questo. Vado avanti come posso, ma per ora scrivo piangendo e pazienza per l'orgoglio.

giovedì 2 luglio 2015

Lettera n°66

KILIG – (n.) parola della lingua tagalog, parlata nelle Filippine, che descrive quella sensazione universale di “farfalle nello stomaco che provi quando sei innamorato”. L'inspiegabile gioia che si prova nel vedere il volto della persona amata.

Una gioia che probabilmente avrei percepito solo ed esclusivamente io, farfalle che avrei sentito solo io nello stomaco se al posto di quel no che mi hai tirato fino all'ultimo (e ancora non comprendo come potesse essere importante una singola parola che era ben definita in frasi di senso compiuto). Fino all'ultimo mi sono detta "Ok, ora gli mando un messaggio, gli dico di venire per le 22.30 per uno yogo", ma ho desistito perché quello che ho detto è vero, non è facile parlare o scriverti, figuriamoci vederti, soprattutto se vederti comporta ricascare in quel baratro oscuro da cui non sono ancora del tutto venuta fuori. Precipitare ancora più a fondo, toccare la fine, sempre ammesso che ve ne sia una nel nulla buio, non lo augurerei a nessuno, tanto meno a me. Sì, mi hai fatto male, ma non devi scusarti se la tua parte istintiva ti ha fatto esprimere quella domanda. Ma la domanda che ti ho posto resta invariata: "A che pro?". Che benefici vuoi che porti il rivederci? A me non porterebbe nulla, non posso esserne certa, ma penso di sapere sin troppo bene quello che ancora sento e di alimentare la speranza o l'illusione non mi va più. Come ti ho scritto sto vivendo al meglio delle mie possibilità, vado avanti senza speranza, aspettative o sogni e desideri degni di nota, prendo dalla vita tutto quello che mi offre nel bene e nel male. Non mi pongo limiti ma nemmeno mi spingo a fare ben oltre di quello che per ora so di poter fare. Non cerco amore, non cerco una relazione, non cerco compagnia e non ti voglio rivedere se questo comporta fare i conti con me stessa, trattenere la parte emotiva più di quanto non stia già facendo per vivere dignitosamente, sopprimere quella parte è stato l'apice della difficoltà. Lasciarla libera ieri notte è stato devastante, perché una briciola di me si aspettava conseguenze o reazioni, per quanto il restante era sicuro di non volersi aspettare nulla. Ma la volontà ancora una volta non è la vincitrice. Non ho dormito sai? Ho passato la notte totalmente insonne, mi rigiravo nel letto e pensavo e rimurginavo, mi davo della sciocca per aver ceduto, e creavo mentalmente scenari catastrofici. Non è andata come immaginavo, e non so se è andata bene o male, ma non ero io, te ne sarai accorto, sempre ammesso che tu ricorda chi io sia, sempre ammesso che tu l'abbia ben compreso cosi come io ho compreso che tu non mi abbia mai amato e mai lo farai. Quindi torna la domanda: "A che pro rivederci?". Ti può far piacere, ma non basta, in fin dei conti non hai mai nutrito nulla per me, lo hai detto tu "Non sento quello che senti tu", lo ricordo, devo ricordarmelo quotidianamente perché altrimenti l'illusione e la speranza potrebbero ritornare a bussare a quella porta che ho chiuso ermeticamente. Eppure volevo vederti, fino all'ultimo volevo vederti, capire che cosa sarebbe accaduto a te, perché a me so già cosa sarebbe potuto accadere, so già come mi sarei comportata, so già la fatica che avrei impiegato per fingermi a mio agio con chi, nonostante tutto, non riesco ad odiare o a voler meno bene rispetto mesi fa. Non lo so se leggerai o meno questo piccolo sfogo, ma qui c'è ancora quella che ero, che sono ma sopprimo. Chi vuoi che possa sopportare una filippica del genere? Meglio fingersi meno riflessivi, meglio fingere di non aver nulla da aggiungere. Pensavo ti fossi innamorato di un'altra, che la stessi frequentando, mi sa che sbagliavo. Probabilmente mi racconto che sia cosi o sarà cosi per poter sopportare quel vuoto che ancora c'è. 
Volevo vederti. Solo questo. Fino all'ultimo volevo semplicemente vederti.

sabato 13 giugno 2015

Lettera n°65

Come stai? Ho un po’ di difficoltà nel lasciare che le parole vengano fuori come dovrebbero o vorrei. Sono trattenuta. Non voglio lasciare che l’impulsività prenda il sopravvento, cosi come non voglio che lo stesso avvenga con la ragione. Mi trovo a non sapere bene cosa scrivere e lo so che probabilmente potresti pensare “sii te stessa”, ma non è facile, non lo è se esserlo comporta venire meno alle promesse che mi sono fatta o che implicitamente ho fatto pensando a te.
Ho promesso che ti avrei lasciato andare cosi da darti la libertà, il tempo e la possibilità di essere veramente felice, di poter trovare quello che veramente vuoi, darti la possibilità di innamorarti veramente. Ho promesso a me stessa che mi sarei fatta da parte, che ti avrei amato, nonostante tutto, perché non dipende da me quello che sento per te, c’è e non posso fingere semplicemente che non ci sia o non ci sarà ancora. Ho detto più volte che non avrei voluto perderti dalla mia vita, ma mi rendo conto che al momento, per quello che ancora nutro nei tuoi riguardi, averti nella mia vita come amico o chissà cosa, penso sia sbagliato per me. Non voglio stare male più di quanto non lo sia ancora oggi e non voglio che tu stia male a causa mia, seppur in maniera riflessa. Non è giunto, probabilmente, ancora il momento per essere quella donna matura a sufficienza da poter mettere da parte se stessa e quello che sente per non perdere chi le ha sconvolto, in bene e in male, l’esistenza. Spero che queste parole non vengano fraintese, le ultime volte che ti ho scritto mi è sempre sembrato che tutto quello che abbia scritto sia stato solo parzialmente compreso. E lo capisco. Comprendo appieno la mente umana, so che detesti essere psicanalizzato, ma io non sono come te, ho bisogno di comprendere, di indossare panni non miei per capire e nei tuoi panni mi ci sono messa per capirti. Non ce l’ho con te. Non ti odio, non avrebbe senso farlo. Spero veramente che tu sia felice, nonostante non sia io la fonte di quella felicità e mai lo sarò, cosi come spero tu stia bene veramente, non solo di salute (spero che il problema che hai avuto, qualunque esso sia stato, sia passato). In bocca al lupo per tutto.
Ti penso sempre. 

P.S: non occorre dirti che c’è altro, ma leggerai tutto tra le righe. In fin dei conti sono sempre stata un libro aperto per te. 

giovedì 23 aprile 2015

Lettera a mia nonna.

Ischemia intestinale.
Questa la causa. Questa la sentenza. Questa la spada di Damocle sulla tua testa. Non vogliono dirtelo, nessuno vuole darti quest'ulteriore peso da sopportare. Piango nonna, sto piangendo perché so cosa comporta alla tua età sapere che non puoi essere operata, basterebbe un semplice intervento di routine per poter vivere un po' di più. Basterebbe se tu non avessi 85 anni, ma purtroppo l'età della saggezza non aiuta, non in questo caso, e la scienza lo sai, va avanti troppo lentamente. Come me anche tu hai dovuto sopportare il peso del Diabete, da te l'ho ereditato, e so perfettamente cosa hai dovuto sopportare, anzi per te è stato peggio. Tu eri madre, avevi anche altri problemi ben più gravi di quelli che affliggono me alla tua età. Dovevi badare alla tua famiglia, lavorare, cucinare e non potevi permetterti di perire sotto la batosta della scoperta della malattia. A testa alta sei andata avanti. Hai lottato nonna, e adesso? Adesso ti stai lasciando andare. Adesso non ce la fai più, lo capisco ma non lo accetto nonna. Non riesco ad accettarlo. Non voglio accettarlo. Tu sei una combattente, me lo hai insegnato tu a combattere, a trattenere le lacrime davanti ad un dolore forte o a liberarle come un fiume in piena quando l'anima rischia di annegarvi. Non so se sia giusto o meno tacerti la sentenza. Io te lo direi, credo sia giusto darti la possibilità di lottare ancora una volta, nonostante il dolore emotivo e fisico che questa maledetta necrosi allo stomaco ti sta creando. So che una parte di te probabilmente accetterebbe la sentenza, quella signora in nero con la falce pronta a prendere la tua mano rugosa per condurti tra le braccia dell'unico uomo che hai amato e ancora ami come il primo giorno che l'hai conosciuto. Lo so che ti manca il nonno, ma egoisticamente vorrei che tu stessi ancora un po' qui vicino a noi. Lo so che non mi vedrai laurearmi, perché probabilmente non mi laurerò mai. Non mi vedrai sposata, perché non ho intenzione di farlo e soprattutto perché gli uomini come il nonno si sono estinti. Non mi vedrai mai divenire madre e non potrai cingere tra le tue braccia forti quel nipotino che tratteresti come un figlio, un po' come fai con K, che quando lo vedi gli dai sempre un po' di formaggio o di pane, perché anche se è un cane sai che per me è come se fosse il mio bambino.
Devi lottare nonna, non voglio perdere anche te. Non adesso te ne prego. Resisti ancora un po'.
Ti voglio bene nonna, te lo scrivo qui dove non lo leggerai mai, io che non sono capace di dirtelo a voce, ma che con i miei baci e i miei abbracci te lo dimostro come meglio posso.
Lotta nonna. 
DEVI lottare!

martedì 21 aprile 2015

Lettera n°64

Delle volte lascio che la ragione prenda il sopravvento, mi concedo brevi attimi di pausa in cui ti allontano con la stessa facilità con cui in estate scaccio via una zanzara pronta a banchettare col mio sangue che tanto gradiscono, chissà perché poi... Il problema nasce una volta terminato quel piccolo momento, quel lasso di tempo così ridicolo che vorrei trattenere e prolungare all'infinito cosi da non dover più sopportare il dolore che sento dentro. Quell'assenza, quella mancanza, chiamalo come ti pare, io un nome ce l'avrei pure in mente, ma risulterei insopportabilmente ripetitiva e tra l'altro lungi da me scriverlo più di quanto non lo abbia fatto, pronunciato e urlato in tutti questi mesi.
Non sono più finita in una Chiesa, dubito che quell'atto folle e sconsiderevole, compiuto più per disperazione che per un reale credo abbia potuto intercedere sul nostro riprovarci la seconda volta. Cosi come dubito fortemente che tu possa farti vivo con una qualsivoglia scusa o istintiva emozione o ragione che ti possa condurre nuovamente qui, nella mia vita. Chi non ha avuto il coraggio di prendere una decisione, per dolorosa che potesse essere e, quindi, troncare, nell'attimo stesso in cui ha compreso di non sentire nulla, dubito che possa avere il coraggio di spingersi a ricercare chi ha, involontariamente o volontariamente, fatto (e fa) stare male. 
So da me che passerà, mi racconto e mi raccontano costantemente che il tempo sana le ferite. Lo sai di ferite ne so molto, mi faccio male con una frequenza assurda, anche adesso ho una ferita sulla nocca, tutto per recuperare un giochino di K. che aveva infilato sotto un mobile, un gesto maldestro ed ecco le nocche della destra deturpate come se avessi disputato un incontro di pugilato con un mobile di legno massello. Ha vinto lui, ma alla fine il giochino l'ho recuperato per la gioia di K. , e tanto basta a sopportare il dolore e il bruciore. Le ferite sanguinolente  si richiudono in un paio di giorni, le ferite dell'anima, invece ci mettono un po' più di tempo, ma prima o poi si cicatrizzano. Certo come con la tua cervicale basta un po' di umidità ed ecco che il dolore torna ad essere presente, ma è un dolore sopportabile, riconducibile a una poetica malinconia che comunque ha un che di positivo. 
Come stai? Hai conosciuto qualcuna interessante? Qualche sguardo ti ha condotto al tuo Luz? Te lo auguro, nonostante tutto vorrei saperti felice, libero dai demoni che ho avuto l'impressione di aver risvegliato pur non avendone alcuna intenzione consapevole. E' capitato, magari la causa non è riconducibile nemmeno a me, ma un po' colpevole mi sento. Ho prestato per un po' troppa attenzione al mio dolore per comprendere il tuo, poi è toccato a te badare più al tuo e non considerare me, ma ci sta, nel momento stesso in cui non si sente nulla di più di un blando affetto ci sta pensare più a se stessi, non posso incolparti, non di questo. 
Mi sono persa. Tanto per cambiare. Volevo scriverti e scrivere come memo per me che non tornerai ad essere presente nella mia vita in alcun ruolo esistente al Mondo. Che senso avrebbe? Non lo so, a me farebbe piacere, almeno credo, sai cosa mi spinge a non saper abbandonare chi amo o chi voglio veramente bene, ma nonostante questo provo ancora a mettermi nei tuoi panni e no non ti sto giustificando, non lo faccio più, semplicemente vesto la tua essenza e la vivo per comprendere meglio la situazione. C'è sempre un po' di me, la totale estraniazione non fa per me, un po' di me c'è sempre in ogni dove, in ogni parola, in ogni immagine, in ogni emozione, ma cerco di eliminare il di più, quell'eccesso che potrebbe annebbiarmi la vista. Mi dico che vederti li non deve farmi male, in fin dei conti che sia un passatempo o una ricerca atta alla felicità, ben venga, è quello che desidero per te, che tu sia felice. Che tu sia amato e che tu riesca ad amare di quell'amore di cui hai tanto il desiderio. Incrocio le dita affinché tu non incorra in stronze senza cuore o in psicopatiche o fake (li sopra ce ne sono a bizzeffe), ma so che sei maturo abbastanza da saperti difendere e riconoscere una stronza già dal primo messaggio che vi scambierete. 
Sii istintivo, se vuoi rientrare nella mia vita, la chiave ce l'hai, usala o gettala a te la scelta. Io resto qui, nonostante tutto, resto qui. Non so cosa succederà nel futuro prossimo, ma per ora sono qui, con i miei Demoni, le lacrime, le parole che non sembrano avere più fine, con quell'amore che rimane perché non sono ancora capace di lasciarti andare via veramente. 
Posso aver pronunciato la parola fine, ma in fin dei conti dentro non l'ho ancora urlata.

domenica 19 aprile 2015

Lettera n°63

«Mi sentivo ed ero un libro con righe chiare di parole sensibili e taglienti, nessuno sapeva intravederne le fragilità, si pungevano e andavano via. Sono sempre stata e mi son sempre sentita come un libro aperto, circondato da analfabeti».
Sylvia Plath


Già, hai sempre avuto la capacità di leggermi con una facilità disarmante, qualcosa che mi ha sempre palesato la tua sensibilità e la mia instabilità nel mascherare, malamente, dietro parole, espressioni o qualunque gingillo umano, quello che poi tu in uno sguardo hai colto come se fosse sempre stato alla portata di chiunque. Ma tu non sei chiunque, tu sei quello che mi ha portato a conoscere cosa sia la felicità, con te ho colto in un frangente quello che volevo essere e chi in realtà sia. Come direbbe un mio amico (ne rubo la definizione) sono una persona da coppia, non riesco ad avere relazioni fine a se stesse, vivo bene in coppia con tutto quello che comporta e non comporta. I sacrifici e le rinunce non mi spaventano, ma purtroppo non era quello il destino a noi affidato. Due linee parallele simili ai binari di una stazione poco trafficata, incrociatesi per un breve attimo in un cuore ferroviario (lo so che non esiste nella dicitura tecnica, ma concedimi la licenza poetica), ma nuovamente distanziati. Incroci ne troveranno, ma non saranno mai come quello appena superato. L'amore muta sempre di relazione in relazione. Ha molti aspetti, te lo avrò detto e scritto un'infinità di volte, ma è quello che realmente credo. Eppure ad oggi sono tornata ad essere un libro aperto circondato da analfabeti, per carità, probabilmente sono io stessa la causa del loro essere analfabeti, probabilmente io stessa ho criptato le parole affinché la difficoltà nel leggerle divenga complicata e porti all'arrendevolezza, ma non posso costringermi a far leggere quel libro a qualcuno che non sia chi ha lasciato orme di cioccolata sulle pagine un tempo immacolate. Quelle orme hanno un nome: il tuo! Quelle macchie indelebili, quelle grinze, quelle orecchie poste qui e li dove ci sono passi che a te sono rimasti imprigionati dentro, parlano di te. Tutto quello che hai lasciato resta invariabilmente immutabile. Un po' come il mio libro di Baudelaire, sottolineature, orecchie e post-it, piccole note ai margini e segnalibri colorati a ricordarmi di quanto lo abbia e lo stia vivendo giorno per giorno. Segni indelebili di emozioni e ricordi. Parole che lasciano il segno su pagine ingiallite dal tempo. Il libro che sono non ha un bel finale, ma per breve che sia stato il lasso, cosi come umanamente verrebbe considerato dai più, l'intensità di quello che ho provato, quel lasciarsi andare totalmente, con la consapevolezza che potesse terminare da un momento all'altro, con la consapevolezza che come il sole nasce e sorge anche tu saresti andato via ho vissuto al massimo quel poco tempo frammentato che mi hai dato. Mi hai letto e mi hai riposto nella tua biblioteca. Magari un giorno quando cercherai un libro accarezzerai la costina con le tue dita linde, potrai riprendermi tra le mani, tornare a sfogliarmi oppure diverrò carta da macero. Non lo so. Lascio aperta la porta ad ogni possibilità. Per te. Per me. Per quel che è parso essere un noi, nonostante lo sia stato, prevalentemente, per me.

Lettera n°62

«Lui era continuamente dentro di me, un tutt’uno con la mia persona, con tutte le mie azioni, con tutte le mie parole. Ciò che ero sembrava esistere solo per lui, essere rivolto solo a lui; quali che fossero i miei scopi apparenti, si allontanavano da me. Mi spersonalizzavo, mentre da un lato ero investita ad ogni passo da una forza sovrannaturale. Una vera ossessione, un piacere irritante, appagante. Una muta di primavera, forse sì. Era questo».
Rauda Jamis, “Frida Kahlo”


Ho provato a non scriverti e a non scrivere, perché l'atto stesso della scrittura mi porta, inevitabilmente, a te. Sto cercando in tutti i modi possibili di lasciarti andare, di pensare di più a me, sai ora peso come quando mi hai conosciuto. Sicuramente ne sarai contento, ma so perfettamente che non muterà la situazione che vi è al momento e che probabilmente, continuerà ad esserci con l'andare del tempo. Se sono tornata a scrivere è perché tra i mali questo è il minore, censurarmi non mi piace più. Per patetica che possa apparire non mi piace legare le dita che fremono. Sarebbe come impedire ai polmoni di riempirsi d'aria. Sono consapevole di star sbagliando, di dover evitare ogni cosa possa ricondurmi a te che non fai più parte di me, tu che mi fai male ancora nonostante non ci sia più concretamente. Tu che te ne freghi (ammettiamolo) di come possa stare, ma mi dico che va bene cosi, che sia giusto cosi, non ha senso alcuno che debba importarti di qualcuno che dal principio non hai voluto totalmente nella tua vita. Posso avere i miei sbagli, che tali, non mi paiono, cosi come  a te, i tuoi, non paiono tali. L'errore di fondo è stato sempre e solo uno, la mancata comunicazione. Quella stessa mancanza che oggi c'è ancora, ma oggi ha più senso nel suo esistere rispetto a quanto abbiamo provato, o meglio tu hai provato, a darmi del tempo, ma eri frenato, non mi raccontare che eri te stesso, sono stronzate, ti mancava il carburante adatto per essere totalmente te stesso. 
Mi manchi, ma questo penso tu l'abbia compreso abbondantemente. Probabilmente non è lo stesso per te, mi dispiace che non sia cosi, ma non posso costringerti a tenermi nella tua vita, o tenermi in considerazione. In fin dei conti sei ancora li. Passatempo o ricerca che sia. Provocazione o altro. Lo noto. Mi impongo di non sbirciare, di non cercarti, ma non è facile lasciarti andare quando dentro sento ancora quell'emozione odiosa che non ne vuole sapere di scemare. Col tempo, sempre questo benedetto/maledetto tempo, probabilmente muterà. Intanto ci provo, riuscendoci o meno, a lasciarti andare e a lasciarmi andare.