Visualizzazione post con etichetta deliri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta deliri. Mostra tutti i post

lunedì 23 agosto 2021

Sono tutta una emozione

Non scrivo su questo blog da tantissimo di quel tempo che probabilmente chi mi leggeva mi ha data per dispersa. Semplicemente il trascorrere del tempo muta i bisogni, le esigenze e le priorità. Eppure mi ritrovo col bisogno, oggi, di esternare un malessere che dura da 22 anni. E chi lo avrebbe mai detto? In cantiere un libro e quel libro mi sta facendo riaffiorare emozioni dimenticate.

SONO TUTTA UNA EMOZIONE

Sì proprio così, sono una schifosa emozione nonostante non abbia più l'età per lasciarmi andare ad esse. Le priorità ve l'ho detto devono essere altre eppure... Passeggiare nel viale dei ricordi ha scoperchiato il vaso di Pandora emozionale. Mi domando se quella ferita riaperta e ancora infetta leggerà mai il libro, lo dubito. Tutti sono andati avanti ed io, io ci provo come ho sempre fatto: ignorando quello che sento, assopendo le emozioni e impegnando il tempo. 

venerdì 6 novembre 2015

Una sciarpa arancione e una domanda costante.

Soulmate (anima gemella)
Significato: Una persona con la quale hai un’immediata connessione nel momento in cui la incontri – un’esperienza mai vissuta prima. Mentre questa connessione cresce nel tempo, provi un amore così profondo, forte e complesso, che inizi a dubitare di aver mai amato veramente qualcuno prima di questa persona. La tua soulmate ti capisce e si connette con te in ogni modo su ogni livello, il che ti porta un senso di pace, di calma e di felicità quando siete insieme. E quando non lo siete, ti rendi conto di più delle difficoltà della vita, di come legare con quella persona sia la cosa più significativa e soddisfacente che ti sia successa. Sei anche più consapevole della bellezza della vita, perché ti è stato fatto un dono e ne sarai sempre riconoscente.
(tratto dal web)

Cosa succede se la tua Soulmate viene meno? Quando la tua Soulmate non sente quello che senti tu? Cosa succede se perdi quello stato di pace e di grazia divina? Muori, sì, muori dentro, ti rinsecchisci come una prugna lasciata a marcire nel cestino e non desiderata, quindi mangiata, da nessuno. Muore qualcosa dentro, ti ritrovi arida, secca, priva di emozioni, accogli qualunque cosa, ma in realtà le scosse che puoi percepire non sono che un flebile ritorno, una eco senza senso, talmente inutili da essere irrimediabilmente accantonabili. Eppure persisti, non ricerchi più quelle stesse emozioni perdute, non sei cosi folle da desiderare qualcosa che sai sin troppo bene non sarà mai più com'era, non con chi ti ha creato quel senso di pace e ti donava calma assoluta semplicemente respirandoci assieme in assoluto silenzio. No, non lo ritroverai mai, forse, e sottolineo il forse, se sarai fortunata lo troverai di nuovo ma in una forma diversa, però persisti, non ti precludi nulla, nemmeno il più piccolo barlume di speranza, sì proprio speranza. Tu, tu che hai dichiarato più volte che hai abbandonato alle tue spalle la speranza eccoti li a sperare tuo malgrado e farti pensare come in un mantra senza fine: "Dove sei? Dove sei? Dove sei?".
Ma non ti è dato conoscere la risposta a quella domanda, non hai il dono della veggenza, non prevedi il futuro, non fai sogni che ti palesano quel che sarà e vai avanti lasciando che il condizionale sia la forma verbale più adatta alla tua vita. E partono quindi le filippiche date dai "Vedremo", "Se sarà", "Se succederà", "Lo scopriremo". Certo, ma poi in realtà non ci credi nemmeno troppo, puntualmente ritorni a fare paragoni dopo nove fottuti mesi quel "Dove sei?" ha un soggetto sottinteso ai più ma non a te, tu sai a chi vorresti urlarlo, tu sai a chi è rivolto, chi è il destinatario. Tu sai ma fingi. Menti anche a te stessa per farti forza. E poi? Poi crolli come un castello di carte instabile. Crolli su una canzone, crolli su una parola letta, crolli su un paio di ciabattine antiscivolo trovate nella scarpiera, crolli per colpa di una sciarpa arancione trovata nell'armadio ben imbustata perché non si sa mai che si vada a rovinare. Ed eccola li l'emozione, ecco le lacrime affiorare, hai tolto di nuovo la crosticina dalla ferita con le unghie, lasci che il sangue scorra nuovamente vivo, brucia, ma quanto sei stata peggio senza quel dolore oramai famigliare?

Song di sottofondo: Mi manchi di Mina

lunedì 12 ottobre 2015

Parole rubate e deliri soggettivi

«E poi c'è la lettera della notte, non si capisce come il petto possa allargarsi abbastanza e contrarsi per respirare quest'aria, non si capisce come si possa essere lontano da te».
Franz Kafka - Lettera a Milena, Praga, 5 VII 1920

E una lettera non è mai solo una lettera, una lettera è un insieme di parole, un insieme di parole sono un'insieme di significati e ogni singolo significato racchiude in se una moltitudine di emozioni soggettive e perché no? Delle volte anche oggettive, se chi legge lo sa fare con empatia. Ho smesso di scrivere lettere, farlo non ha mai avuto senso, non mi libero di nulla, sprigiono solo emozioni trascrivendole, ma non le libero, restano imprigionate sempre lì, regnano ribelli e guerrigliere dentro. Contrastanti. Incoerenti. Vivono. Ho smesso di scrivere in toto. Niente lettere, niente frasi, niente diari, niente parole, lascio che mi facciano impazzire giorno per giorno, come quelli che si iniettano il veleno dei serpenti per rendersi immuni al suo effetto. A qualcosa servirà, almeno credo.

«Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore».
Erri De Luca “Il contrario di uno”

Ogni volta che leggo questo piccolo stralcio mi ritrovo a visionare una fotografia mentale talmente nitida da apparirmi palpabile, un fermo immagine, un ricordo, una emozione falsata, a senso unico, perduta, irreale. Un qualcosa che è accaduto realmente, concretamente, ma che celava inganno. Voler vedere e sentire quello che non vi è. Paraocchi dati da una felicità che non pensi di meritare, ma che invece meriti più di chi ti ha illuso, ha giocato, ti ha conquistato e gettato annoiato e senza emozioni.

«E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quando è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva».
Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”

Successivamente questa frase si susseguirebbe perfettamente in un filo logico abbastanza plausibile, certo se le favole esistessero, se la realtà fosse rosa e non del colore della merda lasciata per strada dal padrone maleducato di qualche cane. Eppure chi non si è accorto di aver perduto quella che era felicità? La mia era apparente, ma la vostra? Reale? Perduta? Alla deriva? 

«E quando finalmente trovi qualcuno su cui senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi sconvolta dalle tue stesse parole: le hai tenute in quella piccola stretta oscurità dentro di te così a lungo, che sono arrugginite, brutte, banali, fiacche. Sì, l'allegria, l'autorealizzazione, lo stare insieme ci sono, ma la solitudine dell'anima, nella sua spaventosa autoconsapevolezza, è orribile, schiacciante».
Sylvia Plath, “Diari”

E quando trovi qualcuno con cui ti senti "a casa" le parole vengono fuori sin troppo facilmente, ma sono solo le tue parole, le parole a cui hai dato sempre tanta importanza, dopo, perdono valore, non hanno più alcun senso e per me è li che diventano brutte, è li che si arrugginiscono, ma non sono solo le parole a finire male, spariscono le emozioni, barricate dietro muri e filo spinato, intimorite e spaventate lasciano libere le parole false, brutte, disgustose. Liberano le emozioni dosandole e sprigionando liberamente solo quelle che ti fanno apparire brutta. Ritorno alle origini. Ritorno alla stronzaggine. Ritorno al buttarsi via, perché tanto lasciarsi andare non sarà più possibile. Il ricordo straziante di quella libertà brucia ancora, troppo vivido il dolore, troppo presente la paura. Non vale più la pena rischiare.

«È curioso il dolore. Il dolore più autentico si difende da se stesso elaborando frasi».
Daniel Pennac , “Signori bambini”

Il dolore vaneggia come me a quest'ora e il dolore adesso mi vorrebbe far urlare semplicemente un:

"SPARISCI!"

domenica 10 maggio 2015

Ferite e difese deliranti

Si faccia bene attenzione a chi è ferito, non ci si lasci abbattere dai muri difensivi irti per allontanare chiunque. Si porti pazienza con chi è ferito, non si esageri con le coccole, i baci o le carezze, vanno dosate le attenzioni, cosi da riportare gradualmente l'animo a risplendere nuovamente. Delle ferite resteranno per sempre aperte, marce e putrefatte, ma col tempo il dolore da esse scaturite andrà via via scemando quel tanto che basta dal divenire sopportabile. Tempo, serve sempre del tempo in tutto ciò che ha a che fare con le ferite, l'amore illuso, l'amore a senso unico, l'amore finito, una perdita, un abbandono o l'insensibilità e la mancanza di empatia altrui. Fermati un attimo e rifletti prima di voler entrare nella vita di una persona che si palesa ferita. Sii sicuro/a di quello che fai, che dici e di cosa trasmetti, ma soprattutto sii sicuro/a di quello che senti, perché una persona ferita per quanti muri possa ergere resta fragile come il frutto delle noci, friabile e prossimo alla rottura. Non giocare con le emozioni di chi si apre, di chi ti chiede esplicitamente o implicitamente di essere chiaro/a sin dal principio, di chi crede in te e di chi hai portato pian pianino ad aver bisogno di te. Accetta la sua amicizia prima ancora di sporgere le labbra alla ricerca di un bacio o di cento o di mille. Aspetta di essere certo/a di potergli/le dare realmente quello che tu stesso/a vorresti. Non illudere, non mentire, non fingere, non essere codardo/a o vigliacco/a. Porta veramente rispetto per i sentimenti altrui, fai uno sforzo e mettiti nei suoi panni, indossa per un attimo le emozioni che sente e poi parla, scrivi o metti in atto i fatti. Una persona ferita si difende con quello di cui dispone, l'aggressione verbale non è altro che il dolore vomitato sotto forma di parole. La merda liquida con cui ti riempie per iscritto deve farti porre la domanda: "Cosa ho fatto per meritare tutto ciò?". Fatti un analisi di coscienza, prova a pensare meno a te stesso/a e a quello che vuoi. E poi, passato un tempo sufficiente per entrambi, riprendete in mano il discorso. Non dare mai fretta ad una persona ferita, soprattutto se la ferita gliel'hai inflitta tu.