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martedì 27 ottobre 2015

Passi abbandonati

(Foto di mia proprietà)

Il pugno stretto
intorno al mio cuore
si allenta un poco,
e io respiro ansioso luce;
ma già preme di nuovo.
Quando mai non ho amato
la pena d’amore?
Ma questa si è spinta
oltre l’amore fino alla mania.
Questa
ha la forte stretta del demente,
questa si aggrappa
alla cornice della non-ragione,
prima di sprofondare
urlando nell’abisso.
Tieni duro allora, cuore;
così almeno vivi.
Derek Walcott

Trattenersi dall'iniziare una conversazione colma di convenevoli e cose non dette. Domande taciute. Rancori. Dolori. Aspettative. Evito di farmi del male abbandonando alle mie spalle un paio di scarpe vissute, non totalmente, la tomaia è ancora sana, avrei potuto camminarci ancora a lungo, ma sono divenute scomode. Abbandono con una scrollata di spalle quell'antico dolore. Non svanisce, cosi come non sparisce la voglia di esserci, le domande, le curiosità, la voglia di conoscere e di contare qualcosa. Non sparisce mai nulla. In sottofondo Promise di Ben Howard risuona perfetto. Promisi di esserci, promisi di non dimenticare, promisi per te e per me, ma ad oggi, in questo giorno prometto a me di andare avanti. prometto di lasciare alle mie spalle quel macigno che mi porto dietro da mesi. Prometto a me di esserci, di amarmi, di non dimenticarmi. Prometto di indossare scarpe comode e nuove, perché in quelle vecchie, per quanto cosi famigliari, oramai il mio piede ci va troppo largo. Si sono sformate, svuotate. Fa freddo in quel vuoto privo di abbraccio. Mi voglio bene e mi trattengo, non è facile. Non lo è mai stato e non lo diventerà con il tempo, ma non posso fare altro che abbandonare. Sventolo una bandiera bianca. Resa. Hai vinto.

martedì 20 ottobre 2015

Il fabbro dell'amore

(Foto di mia proprietà)

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta
Fernando Pessoa

Una domanda che negli ultimi mesi mi viene posta in maniera velata e diretta è questa qui: "Ma se dovesse tornare tu che faresti?". Bella domandina che apre mondi paralleli con altrettante risposte contrastanti tra di loro eppure concretamente vere. Se dovessi rispondere con la pancia, quindi con l'emotività, direi "La porta per lui sarà sempre aperta!", dall'altra parte la me razionale invece, bastion contrario senza mezzi termini, direbbe "Sulla porta c'è un cartello: "TU QUI NON PUOI PIU' ENTRARE!". Districarsi tra le due personalità (che scritto cosi mi fa sembrare una psicopatica pronta per essere internata) non è facile, cosi come non è affatto facile rispondere ad una domanda del genere, un po' come la famosa e altrettanto spinosa domanda: "come stai?". Eppure penso che non sia difficile dare una risposta, ciò non toglie che alla medesima domanda, la sottoscritta devia o fa scena muta, più che altro è stato difficile mettersi da parte, sparire, dare spazio, abbandonare e abbandonarsi, perdere e perdersi, difficile è stato tutto il percorso che ha portato a quella domanda. Stupida io più che altro nel non essere capace di mentire e nell'essere cosi schietta e sincera dal palesare senza mezzi termini con chiunque che ho sì libertà nel frequentare o conoscere, ma che poi in realtà non mi ci senta perché ancora legata (innamorata) di chi alla fin fine non conosco più. Altro che Amleto con il suo essere o non essere. Comprendere e accettare che quello che sento nasce più che altro dalla paura di non sentire più niente, rispetto al provare veramente qualcosa di cosi profondo per chi poi, ad oggi, non so più chi sia. Si può amare chi non ti ama? No, in realtà non si dovrebbe, si può, ed è pure facile farlo, si amano i ricordi, i se, i ma, si ama chi conoscevi ma non c'è più o non c'è mai stato, si ama chi eri e come eri, si ama la sensazione di "casa" che quella persona ti faceva provare (e ti ha fatto provare fino all'ultima volta che vi siete parlati o visti), ma dall'altra parte c'è anche tutto il resto. C'è il non sapere chi sia ora (e sarò ripetitiva ma si diventa sconosciuti dopo), c'è il non saper giustificare certi atteggiamenti, certe parole, certi sotterfugi, non digerire le prese in giro, lo squallore dell'egoismo puro, non si digerisce più nemmeno la contraddizione che tanto ti aveva colpito in principio, eppure ti nascondi dietro un "sono ancora innamorata" perché non vuoi rischiare più. Non dopo che hai lottato con i denti e con le unghie per venirne un po' a galla, quel tanto che basta per respirare senza annaspare. Non dopo che hai rischiato il collasso per le sessanta notti passate in bianco a fissare il soffitto, non dopo i mesi passati a non mangiare perché lo stomaco si era talmente chiuso che solo l'odore del cibo ti creava conati di vomito. Non dopo esserti donata totalmente senza aspettarti nulla in cambio e alla fine sentirti dire che hai torto perché un ti amo non è mai stato pronunciato. Quella frase è solo un dettaglio, un pizzo su una tovaglia imbandita. I gesti, la premura, il tempo, le attenzioni e la presenza valgono più di mille parole. Il ti amo sono solo due parole messe assieme come un ti voglio bene troppo pronunciato. Eppure ti viene da chiederti se non hai voluto vedere e sentire cose che non c'erano in alcun modo. E per carità ci può stare, l'amore mette i prosciutti agli occhi fisici e non, eppure non posso non considerare tutto nel complesso. Parole su parole che un qualcosa significheranno pure o hanno significato, tempo verbale più corretto in questo momento. Ad oggi non contano più non per me, hanno perso valenza, le parole sono diventate vuote, solo parole, prive di pathos, di sentimento, prive di significato se non quello imposto dal senso comune. Smettere di credere non è difficile, ti basta una stilettata dritta al cuore e puff, non credi più. E quella porta. Abbandonata, dalla vernice scrostata, dalla maniglia e dalla serratura arrugginita, dal vetro sporco e rotto, resta chiusa, ci vorrebbe un fabbro o un piede di porco per aprirla, ma non è tutta li la difficoltà. All'interno poi c'è un caos incredibile che fa un baffo al caos primordiale, scatoloni di ricordi, di foto, di parole, scatoloni di vestiti, mobili, polvere e ragnatele hanno preso il sopravvento, farsi spazio non è per nulla facile, il desistere diviene più facile come scelta. E dopo questo volo pindarico torniamo alla famosa domanda. La risposta? Non lo so. La fiducia si è perduta e riconquistarla non è cosa da tutti. Ci vuole pazienza con le vecchie porte, il legno è gonfio per l'umidità, quante lacrime ne hanno percorso i solchi del legno? La serratura è arrugginita. Basterà un po' di olio? Pazienza e manualità, amore e tempo, però, aggiustano tutto.

mercoledì 7 ottobre 2015

Potessero le mie mani sfogliare

Pronunzio il tuo nome 
nelle notti scure, 
quando sorgono gli astri 
per bere dalla luna 
e dormono le frasche 
delle macchie occulte. 
E mi sento vuoto 
di musica e passione. 
Orologio pazzo che suona 
antiche ore morte. 
Pronunzio il tuo nome 
in questa notte scura, 
e il tuo nome risuona 
più lontano che mai. 
Più lontano di tutte le stelle 
e più dolente della dolce pioggia. 
T'amerò come allora 
qualche volta? Che colpa 
ha mai questo mio cuore? 
Se la nebbia svanisce, 
quale nuova passione mi attende? 
Sarà tranquilla e pura? 
Potessero le mie mani 
sfogliare la luna!
Federico Garcia Lorca

sabato 26 settembre 2015

Amami - Alda Merini

 Amami
finchè sentirai il calore
di una fiamma tremula
che sempre arde,
difendendosi dai venti di scogliera.
Sono un pensiero
che non vuole mai
-legare le tue mani-
libere nel mondo,
anche se vorrei
che fossero solo mie.
Amami
ora che non ho parole
per farti innamorare
dei miei silenzi
pieni di gioia,
che non potrai vedere.
Amami ancora,
saranno solo gli occhi
a dirti la mia passione
e le mie labbra,
a raccontarti
cose difficili da dire.
Saremo noi, un giorno forse
ad abbracciare solo i profumi dei nostri corpi
senza paura
che l’assenza diventi una cosa vera.

venerdì 7 agosto 2015

Voglio solo te!

Voglio Te, solo Te!
Voglio te, solo te!
Lascia che il mio cuore
lo ripeta senza fine.
Tutti i desideri che mi distraggono
di giorno e di notte
in sostanza sono fasulli e vani.
Come la notte tiene nascosta nel buio
l'ansia di luce
così nel profondo del mio cuore
senza ch'io me ne renda conto
un grido risuona:
Voglio te, solo te!
Come la tempesta cerca la quiete
mentre ancora lotta contro la quiete
con tutte le sue forze
così io mi ribello e lotto
contro il tuo amore
ma grido che voglio te, solo te.
Rabindranath Tagore

sabato 25 luglio 2015

Aspetto

Aspetto, passano i treni, il caso, gli sguardi.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità tornare ancora,
ripetere, mai uguale, quello stupore infinito!
E finché tu non verrai, io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni, delle scie.
Immobile.
Pedro Salinas 

martedì 21 luglio 2015

Se solamente

SE SOLAMENTE
Pablo Neruda
Se solamente mi toccassi il cuore, 
se solamente mettessi la tua bocca sul mio cuore,
la tua bocca sottile, i tuoi denti,
e mettessi la tua lingua come una freccia rossa
là dove il mio cuore polveroso martella,
se soffiassi nel mio cuore, vicino al mare, 
piangendo,
suonerebbe con rumore scuro, 
con suono di ruote di treno assonnate, 
come acque vacillanti,
come l’autunno in foglie,
come sangue,
con un rumore di fiamme umide che bruciano il cielo,
suonando come sogni o rami o piogge
e sirene di un porto triste,
se tu soffiassi nel mio cuore vicino al mare,
come un fantasma bianco,
al bordo della schiuma,
in mezzo al vento,
come un fantasma scatenato, 
in riva al mare,
piangendo…

martedì 7 luglio 2015

Ricominciare daccapo

Dovrei essere a letto a dormire o almeno a rigirarmi con il lenzuolo tra le gambe come un boa insopportabile visto il caldo di questa giornata, invece sono davanti al computer. Penso troppo. Non che abbia mai smesso di farlo. Ci sono momenti in cui riesco a gestire i pensieri, a convogliare altrove quelli che preferisco non affiorino con troppa frequenza. Ma oggi i pensieri non hanno sentito ragioni, sono rimasti per la maggior parte del tempo attivi e indisciplinati. Ho pensato all'attesa e alle menzogne che ci raccontiamo mentre aspettiamo. Io mi racconto di non star aspettando nulla e invece mi ritrovo ad aspettare un qualcosa che mi sconvolga la vita o almeno sconvolga questo momento cosi... Non ho parole per descriverlo, ma è pesante e non solo. Aspetto una e-mail, una chiamata, un messaggio, un contatto qualsiasi e non dovrei, razionalmente so di non dovermi aspettare più nulla, razionalmente so che dovrei andare avanti, ricominciare da capo, partendo da me, quella me che ancora non ho ritrovato del tutto. Sarà il caldo torrido, ma non ne ho le forze per andare avanti o semplicemente ricominciare non preclude l'eliminazione di quel fardello che in realtà ci portiamo dietro ovunque. 
Oggi leggevo una poesia di Jan Skàcel, la ricopio e la condivido con piacere qui sopra:

Ci sono contrade...
dove i bimbi salutano ancora i treni.
Gli adulti invece sono sempre tristi...
in quelle stazioni dove nessuno aspetta.
D’un tratto...
l’anima è bianca di sambuco...
D’un tratto...
c’è in noi troppo dell’uomo.
Verrebbe quasi voglia di scendere...
in quelle piccole stazioni...
dove non scende mai nessuno.
E ricominciare daccapo, una nuova vita...
seguendo i fiori di sambuco

Sarebbe bello poter annullare quella tristezza, la malinconia che una stazione ci mette addosso, per carità delle volte c'è euforia e gioia, ma personalmente la stazione è un luogo che, al momento, mi fa pensare a degli adii, a partenze senza ritorno, a treni perduti e amori pianti. 
Sono triste, delusa, arrabbiata con me stessa. Ce l'ho con me perché nonostante mi ripeta di non dovermi illudere, finisco puntualmente per sperare, e la speranza uccide l'animo, lo ferisce, lo dilania, e guarire non è mai semplice o fattibile. Non sono guarita, la mia malattia è ancora qui, amo ancora, semplicemente amo e non dovrei farlo. Aspetto e non dovrei aspettarmi nulla. Spero e mi suicido ogni volta che una stilla di speranza brilla nell'oscurità del nulla apatico. 
Ricominciare daccapo, una nuova vita, non è qualcosa di reale, razionalmente possiamo inventarci tante cose, possiamo attribuire colpe o sentenze, ma emotivamente ci portiamo dentro quello che ci ha spinto a ricominciare. 

sabato 20 giugno 2015

Il tuo modo d'amare

Il modo tuo d’amare - Pedro Salinas
Il modo tuo di amare è
lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci 
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci 
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono i fogli bianchi, 
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore 
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

martedì 26 maggio 2015

Kostantino Kavafis

Pure, l'amore che volevi avevo io da dare;
l'amore che volevo - lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti - l'avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi; 
pelle e sangue compresero.

Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.
Kostantino Kavafis

giovedì 14 maggio 2015

D'Annunzio parole senza fatti

Stringiti a me, abbandonati a me, sicura.
Io non ti mancherò e tu non mi mancherai.
Troveremo, troveremo la verità segreta
su cui il nostro amore potrà riposare per sempre,
immutabile.
Non ti chiudere a me, non soffrire sola,
non nascondermi il tuo tormento!
Parlami, quando il cuore ti si gonfia di pena.
Lasciami sperare che io potrei consolarti.
Nulla sia taciuto fra noi e nulla sia celato.
Oso ricordarti un patto che tu medesima hai posto.
Parlami e ti risponderò sempre senza mentire.
Lascia che io ti aiuti, poiché da te mi viene tanto bene!

Quando codeste parole mi verranno dette con la concretezza e la sicurezza che solo i fatti concreti possano dare, quando codesto significato verrà alla luce senza mascherare intenti sconosciuti, insicurezza o menzogne, solo allora potrò sapere di essere veramente amata. E si badi bene, non parlo di un amore colmo di colpi di scena, di brividi e di emozioni inspiegabili, parlo di quell'amore consapevole e maturo che sfocia in una miriade di sfumature e che non segue alla lettera ciò che il comune sapere associa alla parola amore. Amore, una parola che cela al suo interno un numero infinito di possibilità, un numero infinito di forme e di modi di amare differenti e distanti tra loro, ma che hanno in comune sempre e solo amore. Amore nell'affetto (quello vero, sia chiaro e non quello tirato fuori all'occorrenza per egoismo o per secondi fini), amore amichevole, amore famigliare o amore con la A maiuscola. Tante le facce dell'amore, ma le uniche cose che lo rendono tale restano immutate: presenza costante nonostante l'assenza, interesse reale, ascolto e parole. Opinione personale che potete anche non reputare affine alla vostra, ma in me resta immutato l'amore con la quale la esprimo senza mezzi termini. L'amore è... tutto.

Solitudine utopica

«La conosci tu la solitudine?
Sì, quella dei poeti e degli impotenti.
La solitudine?
Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che dovunque ci portiamo addosso
il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato,
quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto,
il desiderio,
il disincanto e la dolcezza,
le puttane e la banda degli dei!
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti…
se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi, 
ma quella vera,
fatta di silenzio e
tremore d’alberi».
Albert Camus, “Caligola”

Si è mai soli? Non lo so, penso proprio di no. Citando una parte di questa poesia che adoro: "questa mia solitudine infestata dai fantasmi", per l'appunto, la nostra apparente solitudine non è altro che una menzogna, apparentemente siamo soli, ma non lo siamo mai veramente. I fantasmi, quali pensieri, ricordi o assenze presenti restano lì al nostro fianco o peggio ancora lì nella nostra testa e come martelli pneumatici pulsano violentemente sulle pareti del nostro cranio in un bum bum fastidiosamente continuo e inopportuno rendendoci meno soli di quanto un monaco buddista possa esserlo in piena meditazione. Non siamo mai soli, per quanto possiamo sentirci tali, non lo siamo mai realmente. Se anche spegnessimo i pensieri, i ricordi o mettessimo a tacere quei fantasmi, staremo sempre in compagnia di qualcuno dal quale non potremo mai staccarci veramente: noi stessi. 
Noi, la nostra presenza è quella più infida con la quale dobbiamo fare sempre i conti, siamo sempre li con noi stessi, sempre li pronti a puntare l'indice contro noi stessi. Labbra che si muovono e parole che prendono a vorticare senza sosta. La solitudine diviene, cosi, mera utopia allo stato puro. Si è mai soli dunque? E se un giorno dovessimo riuscire ad esserlo veramente, potremo sopravvivere a quel silenzio che ne comporterebbe? 

venerdì 8 maggio 2015

Cesare Pavese + Pensieri semi-deliranti

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi -
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza, 
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Conosco la parafrasi di questa celebre poesia di Pavese eppure resto dell'idea che, per quanto il significato possa essere ben delineato dalle parole o dall'autore, nella poesia è l'animo del lettore che ne da un significato proprio. Questa poesia, per quanto nasca dalla delusione d'amore di Pavese mi porta anche a pensare a la petite mort, lo so che non ha nulla di triste, malinconico o doloroso, anzi è probabilmente tutto l'opposto eppure non riesco a vederci un piccolo squarcio di quell'esplosione di sensazioni. Sensazioni ed emozioni differenti, ma che trovano in ambedue le versioni una esplosione, quella la parola italiana che più mi aiuta a descrivere quel che ci vedo io, se mi scosto un attimo dal vero senso della poesia. La petite mort è stata sicuramente e ampiamente descritta in altre poesie, eppure non posso non paragonare l'emozione della speranza che uccide in molti casi a quella intensa esplosione emozionale che sovviene in quel determinato momento in cui, i nostri fratelli parigini descrivono l'orgasmo. Una piccola morte, la stessa che possiamo paragonare a quel che produce una speranza vana, una parte di chi spera, inevitabilmente, muore. Certo come dice Pavese può essere anche fonte di vita la speranza, ma sappiamo bene tutti quanti che in questo caso specifico vita non ne ha portato. Ha portato dolore e morte e gli occhi, altro elemento presente abbondantemente nella poesia mi fanno pensare a quegli amanti che all'apice del piacere li socchiudono per abbandonarsi totalmente a quello che sentono, emozione altresì paragonabile al dolore del ricordo degli occhi in cui si è persa la ragione e nella quale è scoppiato l'amore. Gli occhi non dovrebbero tradire tanto quanto le parole, eppure... Eppure anche loro possono indurre a fraintendimenti, errori di valutazione e illusione. Anche gli occhi mentono. 
Verrà la morte per tutti e per ognuno di noi avrà gli occhi di chi, con rimpianto, amore, dolore o rancore, serberemo il ricordo fino all'ultimo respiro che si librerà dalle nostre labbra nell'aria.

martedì 5 maggio 2015

Saffo e un'anima simile ad una fetta di emmental

«Sono qui.
Nell’anticamera del Paradiso
vestita di solo desiderio.
Chiudo gli occhi.
Un passo verso di te.
L’inferno.
Le fiamme avviluppano
i nostri corpi
la pelle freme
il cuore batte a ritmo di tango.
Il sangue bolle.
Il vento tace.
Apro gli occhi…
tu non ci sei.
Io non ci sono».
Saffo

Il fulcro di questa poesia, ai miei occhi esplode negli ultimi tre versi: "Apro gli occhi... tu non ci sei. Io non ci sono". La poesia è chiara, la comprendo in ogni singola parola scelta, ogni aggettivo, soggetto, complemento o verbo sono colmi di significato, ma per me è in quella terzina che risiede realmente il tutto. Se la togliessimo la poesia prenderebbe un significato differente da quello che, evidentemente, Saffo voleva lasciarci intendere. E' struggentemente delicata nella sua semplicità devastante. La sento un po' mia, non condivido mai pensieri, stralci di libri o poesie senza che esse in un modo o nell'altro non vadano ad intaccare una emozione, a pungolarla per ridestarla dall'assopimento in cui era caduta. Delle volte le emozioni sono paragonabili alle Principesse della Disney, in questo caso una Bella Addormentata che, curiosa, si è punta con un fuso. Il fuso metaforico può essere qualunque altra emozione che l'ha sopraffatta o la stessa ragione che le ha imposto di restare in un angolino silente, non voluta, non desiderata, non necessaria. Eppure poi basta un quadro, una canzone, una poesia o un racconto ed ecco che quell'emozione torna sbadigliando un po' a ridestarsi. Pochi attimi o per lungo tempo, quello sta a lei deciderlo, ma intanto si è svegliata la pigrona cacciata in fondo e troppo debole per farsi sentire a pieni polmoni. Nel mio caso l'emozione si attiva e disattiva, se leggo quella terzina con attenzione sento qualcosa smuoversi, ma appena allontano lo sguardo da loro puff svanisce nuovamente, torna la vuotezza di emozioni che essa, nonostante nel mio caso sia la ragione a ripudiarla come una figlia disubbidiente, lascia. Non importa più di quel vuoto è solo un piccolo vuoto, all'occorrenza so come riempirlo, un po' come tutti i vuoti di media e piccola entità e di valore emozionale che lasciano la mia anima assomigliare ad una fettina di emmental, ci sono altri vuoti che invece non possono essere riempiti in alcun modo, restano lì, in un angolino, illuminati, contemplati e nutriti dalle emozioni a cui sono legati pur non essendo prettamente emozionali, ma restano vuoti non più riempibili, non con quello che manca e di cui portano la forma. Chiamare, urlare, implorare, sperare, sognare, non serve assolutamente a nulla. Non si riempiranno più, questa volta la ragione ha ragione.

domenica 19 aprile 2015

Cesare Pavese

Sta calmo mio Dolore e placati. La Sera
invocavi: eccola: sta scendendo;
la città si ravvolge in un’oscura atmosfera
che agli uni porta pace, agli altri tormento.
Mentre dei mortali la caterva vile,
sferzata dal Piacere, carnefice spietato, 
va a cogliere rimorsi alla festa servile,
dammi la mano Dolore; vieni qui e in disparte
restiamo. Vedi affacciarsi le defunte Annate
ai balconi del cielo, nelle vesti antiquate;
dall’acqua fonda il Rimpianto sorgere sorridente;
il Sole moribondo addormentarsi sotto un ponte, 
e strascicando a Oriente, come un lungo sudario,
senti senti la dolce Notte camminare.

martedì 14 aprile 2015

Alda Merini

Quelle come me

Quelle come me sono capaci di grandi amori e
grandi collere, grandi litigi, grandi pianti e grandi perdoni.
Quelle come me non tradiscono mai, quelle come
me hanno valori che sono incastrati nella testa
come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni
singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare.
Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o
scontato, non le amiche, non la famiglia, non gli
amori che hanno voluto, che hanno cercato, e
difeso e sopportato.

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di
rimanerne prive...
Quelle come me donano l'anima, perché un'anima
da sola, è come una goccia d'acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano
ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio
di cadere a loro volta…
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…
Quelle come me cercano un senso all’esistere e,
quando lo trovano, tentano d’insegnarlo
a chi sta solo sopravvivendo…
Quelle come me quando amano, amano per sempre…
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono
inermi nelle mani della vita…
Quelle come me inseguono un sogno…
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero…
Quelle come me girano il mondo
alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime…
Quelle come me sono quelle cui tu riesci
sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare,
senza chiederti nulla…
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,
in cambio, non riceveranno altro che briciole…
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza…
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero…
Quelle come me sono quelle che,
nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto...

lunedì 13 aprile 2015

Lettera n°60

Il Futuro - Julio Cortazar
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati e nell'arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all'angolo della strada mi fermerò,
a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.


So che non ci sarai, non ci sei nemmeno ora, ma per ora il tuo ricordo resta immutato, per ora in quel "carcere" in cui ti ho imprigionato le porte sono chiuse, non ho la forza, la voglia e il giusto grado di disinnamoramento per lasciarti andare via. Non è giunto ancora quel momento in cui diverrai un ricordo flebile, lievemente doloroso, ma pur sempre un ricordo. Per il momento il tuo nome, il tuo volto, le tue parole, la persona che credevo di conoscere resta immutata nel mio essere che ne è totalmente pregno. Lo sai, se volessi potrei avere chiunque, non mi mancano gli spasimanti, li avevo quando ho conosciuto te e ce ne sono anche ora, sicuramente molti di più di quel periodo, ma restano li. Li allontano perché non mi piace giocare con le persone, non mi piace illuderle, non mi piace creare aspettative. Non mi va di conoscere realmente nessuno, posso concedermi una serata, due, tre al massimo, ma poi torno a fare passi indietro, metto paletti, torno a metterti in mezzo come se tu fossi ancora concretamente presente nella mia vita. Il paradosso è proprio li, è ancora li: non ci sei eppure ci sei più di quanto sia giusto che tu ci sia. La tua presenza assente è malsana. Quello che non provo più è causa tua, quella che non sono più è causato da quello che tu hai fatto a me. Mi hai tenuta in bilico conscio di non sentire nulla, mi hai allontanata come se fosse la cosa più facile da fare e anche la più giusta, per te. Sempre e solo te. A me, in realtà, non hai pensato poi troppo. Concepisco razionalmente il tuo poter esser stato addolorato in parte per me, per quello che sentivo, ma non hai troncato appena hai compreso lucidamente di non provare nulla per me. Sai tutto di me, sai più di quanto altri possano sapere. Eppure... Eppure te ne sei infischiato. Te ne stai infischiando. Resti li dove ci siamo conosciuti, ti vedo pur essendomi cancellata, sei la mia salvezza e la fonte della mia malattia. Sei la mia malattia. Mi ammazzi ogni fottuto giorno che non ci sei. Mi ammazzi ogni volta che ti vedo li attivo e presente tra i best user. Ricercato, messaggiato, corteggiato. Che sia una perdita di tempo o una inconsapevole volontà di ricercare quello che tanto brami, bhè questo mi fa male, che tu lo sappia, sempre ammesso che tu legga. Mi fai male. La tua presenza lì mi fa male. Il mio non riuscire a sentire più la curiosità per un altro essere umano mi fa male. Il mio non fidarmi più delle parole, le stesse a cui ho sempre dato grande importanza, fa male. L'incapacità di stare bene per più di qualche ora al giorno fa male. Mi ammazzi. Ogni fottuto giorno mi ammazzi. Se volevi rispettarmi sappilo che lo stai facendo nel peggiore dei modi, eppure questa stupida continua a scriverti, questa stupida continua ad amarti, questa stupida vorrebbe chiederti: "Vuoi venire con me al vernissage su Van Gogh il 14 Aprile?". Questa stupida dopo due mesi e mezzo ancora ti ama come quella prima volta che ha compreso quale fosse il sentimento che l'ha scossa terribilmente da dentro. Ricordo tutto di quell'attimo. Ricordo il tuo sguardo, il mio perdermi in quel mare scuro. Le mie mani intrecciate nelle tue. Un sorriso sulle labbra di entrambi. Il tuo letto. Tu ed io e quel che credevo fosse un totale abbandono delle maschere che ci trasciniamo dietro quotidianamente. Fanno male anche queste lacrime che mi riempiono gli occhi, ma che sto trattenendo. Fai male. Tu mi fai male, ma nonostante ciò non riesco a smettere di amarti come quel giorno o come quella sera al teatro. Sai non te l'ho detto, ma ad un certo punto avevo scorto con la coda dell'occhio te con la reflex in mano, la puntavi verso lo specchio, ma poi hai cambiato idea. Ti era venuta voglia di fermare quell'attimo? Di fermare noi due? Avrò immaginato tutto, un po' come quel ti amo che non mi hai mai detto, ma che ho creduto di aver sentito durante una delle ultime sere passate assieme. Manchi. Manchi ancora.

domenica 12 aprile 2015

Poesia di Vinicius de Moraes

Assenza di Vinicius de Moraes
Io lascerò che muoia in me
il desiderio di amare i tuoi occhi
che sono dolci
perché nulla potrei darti
tranne la pena di vedermi eternamente esausto.
Eppure la tua presenza
è una cosa qualunque come la luce e vita...
... eppure io sento che nel mio gesto esiste il tuo gesto
e nella mia voce la tua voce

Io ti lascerò
tu andrai,
e accosterai il tuo viso a un'altro viso
le tue dita allacceranno altre dita
e tu sboccerai verso l'aurora
ma non saprai che a coglierti sono stato io
perché io sono il grande intimo della notte..
Perché ho accostato il mio viso al viso della notte
e ho sentito il tuo bisbiglio amoroso
e ho portato fino a me la misteriosa essenza
del tuo abbandono disordinato.
Io resterò solo come veliero nei porti silenziosi
ma ti possederò più di chiunque
perché potrò partire..
E tutti i lamenti del mare del vento del cielo degli uccelli
delle stelle saranno la tua voce presente
la tua voce assente
la tua voce rasserenata.

sabato 11 aprile 2015

Poesie di Kostantinos Petrou Kavafis

Dal cassetto
Volevo appenderla a un muro della stanza.
Ma l'umidità del cassetto l'ha guastata.
Non la metto in un quadro questa foto.
Dovevo conservarla con più cura.
Queste le labbra, questo il viso...
ah, per un giorno solo, per un'ora
solo tornasse quel passato.
Non la metto in un quadro questa foto.
Mi fa soffrire vederla così guasta.
Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi...
una parola, o il tono della voce...
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.
Costantino Kavafis (Kostantinos Petrou Kavafis)



Torna
Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo e antiche brame trascorrono nel sangue
allora che le labbra ricordano, e le carni,
e nelle mani un senso tattile si riaccende.

Torna sovente e prendimi, la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni...
Costantino Kavafis (Kostantinos Petrou Kavafis)

domenica 5 aprile 2015

Lettera n°57

Mi piace credere che a volte mi pensi
come capita a me,
che a tratti ti manco e
che se non ci sei è solo
perché non puoi. 
Che ti appartiene
lo stesso desiderio,
che il tempo che ci divide
a volte è un tormento
a volte nostalgia,
un dipinto fatto di noi.
Che la notte a volte ti manco,
che appartengo ad un sogno,
che se nulla avviene
è solo perché non puoi.
Mi piace credere
che un giorno ti rivedrò
guardandoti negli occhi,
trovando un po’ di me.
Che comprenderai
il posto che occupi
e l’immenso che sei.
Mi piacere credere
che un giorno
mi vedrai veramente
per quella che sono
con difetti e pregi.
E con la voglia di abbracciarmi
mi stringerai a te guardandomi
con gli occhi e con l’anima
di chi un po’ mi ama.
Silvana Stremiz


Inutile aggiungere altro, chi vuole legga e chi sa leggere comprenda. Che tu possa leggere o meno sai che ogni parola di adesso è dedicata a te, ancora a te che non fai più parte di me, o meglio di cui io non faccio più parte, perché tu di me, nonostante tutto ne fai ancora parte, ci sei e resti li ancorato e ti abbraccio e stringo incapace di lasciarti andare, scivolare via da dove ti ho riposto. Ti auguro una serena Pasqua nonostante il maltempo, ma so che la tua famiglia ti sarà attorno, giocherai coi nipotini, riposerai, leggerai, giocherai a scopa con tuo padre e vedrai i tuoi amici. Vivrai com'è giusto che sia. Sii felice. 
Un treno è appesa passato ne ho udito il fischio e ho sorriso. 
Ancora (e lo farò sempre) associo e assocerò i treni a te. Mi manchi.