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martedì 9 febbraio 2016

Sola

(Foto di mia proprietà - "La porta II")

Devo imparare a vomitare meno insicurezze e paure di persona, dovrei imparare a fingere e fregarmene, dovrei imparare ancora molte cose, ma in realtà dovrei imparare ad accettarmi per quella che sono. Dovrei imparare a capire che, se sento qualcosa, quel qualcosa quasi certamente rispecchia qualcosa che esiste realmente. Se sento di essere in una storia a tempo determinato, di essere un passatempo, di essere considerata uguale alle altre, se sento di esser divenuta meno interessante rispetto gli inizi, se sento che dall'altra parte si è retrocesso abbondantemente, se sento che non si va più avanti, se sento freni, chiusure, menefreghismo e chi più ne ha ne mette, è perché ci sono tutte queste cose. Non è come quando sentivo amore e amore non c'era dall'altra parte, qui mi si porta solo a sentirmi insicura giorno dopo giorno, mi si porta a stare male perché manca tutto quello che precedentemente c'era seppur in minima parte. Aspetto. Concedo il beneficio del dubbio seppur qui conferme e dissensi non sono ancora giunti, mi ritrovo ad aspettare, poco tempo in realtà. Stringo i denti quel tanto che basta, ma poi dico basta, perché merito decisamente qualcosa in più. Merito presenza, devozione e amore. Non sarò mai più lo scalda letto di nessuno e tanto meno il passatempo di chicchesia. Torno ad annuire dinanzi alla citazione di Anaïs Nin "Così resto nuovamente sola e, come puoi leggere nel diario, quando sono sola sono forte". Lotto da sola contro demoni e paure, mi allontano gradualmente, ricemento la porta, annaffio i cespugli di spine, stucco le crepe che ci sono nei muri, risistemo la mia anima fatta a fettucce (citando Bukowki) e resto... SOLA.

mercoledì 3 febbraio 2016

La (mia) porta!

(Foto di mia proprietà - "La porta")

Non so in quanti me lo abbiano detto nei mesi passati, eppure fatico ancora a credere che qualcuno sia riuscito a varcare pian pianino, senza fretta alcuna, quella porta così ben chiusa, sigillata, quasi murata, lamiere divelte, piegate ed eccola quella maniglia, nulla di sofisticato o bello da vedere, è solo una porta, il resto è al di là di quella soglia qui non varcata. 
Le paure e quel velo restano ancora un po' incollati, presenti, terrificanti e opprimenti in alcuni momenti, ma in altri vengono rimossi o perlomeno dimenticati. Dimentico la paura facendo leva su quella serenità perduta e ritrovata. Una nuova forma per emozioni e sensazioni vecchie ma nuove anch'esse. Non mi sbilancio, rimango ancora coi piedi ancorati per terra. Non immagino alcun futuro, non immagino pargoletti in giro per casa, non immagino nulla di quello che in un altro tempo vedevo, mi godo i giorni cosi come vengono, senza aspettative, senza l'ansia del dover avere una meta, mi basta il tempo concessomi, un ritorno a quelle relazioni in cui il tempo è amico e nemico, in cui vi è il tempo per se stessi, dove non si è sempre in due, ma si può restare soli con se stessi.
Lotto coi miei ricordi e coi demoni costantemente, ma è anche bello sapere che non sono sola a farlo. Sono i miei demoni e i miei ricordi, i miei dolori, i miei rimpianti, ma se lo volessi saprei di potermi appoggiare a chi il destino(?) aveva messo sulla mia strada già mesi fa, ma che solo una lettera a Babbo Natale (in cui voglio precisare la richiesta non è stata esaudita) e un progetto fotografico impegnato mi ha portato a conoscere quel piccolo miracolo che ha tanto l'alone dell'ancora di salvezza, di una mano tesa in attesa di essere stretta cosi da poterti tirare su dal baratro oscuro in cui eri precipitata o ti avevano spinta a cadere. Niente chat, niente app, una pura conoscenza fatta di sguardi e incontri casuali e poi l'avventura ha avuto inizio. Procedo gradualmente legandomi poco alla volta, non lo diciamo che la porta è aperta, ma tanto lo sa già... Sono sempre stata un libro aperto e non sono una che sa mentire o fingere abilmente. Serena. Posso dirmi, finalmente, serena (almeno oggi).

sabato 28 novembre 2015

Duecentosettanta notti e attendo ancora.

(Foto di mia proprietà - "Autoritratto")

Duecentosettanta giorni passati, dieci cicli lunari si sono verificati, ne mancano solo altri tre completi, altri ottantuno giorni. Penelope tesseva una tela, io scatto fotografie, le elaboro, le rielaboro, le riscatto, e cosi all'infinito. Ho preso sette chili dal Dicembre scorso, sette chili di cui sento tutto il peso e la fatica, sette chili che non volevo, ma che ho penato per ottenere, sette chili che mi sono pesati e mi pesano come un macigno fisso sullo stomaco. Perché sono ingrassata è presto detto:

1. Dovevo necessariamente farlo perché pesare trentotto chili non andava bene
2. Perché ho nutrito la (vana) speranza che il peso potesse modificare le sorti di quello che è accaduto dieci mesi fa. 

Dieci mesi, chi lo avrebbe detto che il tempo sarebbe passato cosi in fretta? Si ripetono gli eventi, questa volta senza la conclusione di un anno felice come l'anno passato. Quest'anno niente è andato per il verso giusto, quest'anno che tra due mesetti verrà a concludersi è stato colmo di lacrime, dolore. Un anno pesante sotto molti aspetti. Un anno di attesa e di speranze infrante. Per carità ci sono stati attimi (brevi) di lucidità mentale razionale e/o irrazionale, ma alla fin fine gli attimi restano sempre e solo attimi, brevi lassi di tempo che non riescono a cambiare la sorte degli eventi protratti per lungo termine. Cambiano le priorità, cambiano le amicizie e le abitudini, in quasi un anno ho fatto passi avanti, ho imparato a mettermi in discussione come fotografa, ho imparato ad accettare le critiche e ad accettare i complimenti anche se quegli scatti per me non sono "perfetti". E' un lavoro ancora in corso. Non è facile chiedere il parere di chi per te è più bravo, ma se non lo facessi non potrei andare oltre e non voglio fossilizzarmi, non ho una data di scadenza per questo, devo imparare a lasciare andare la parte emotiva e scattare un po' col raziocigno, continuare a studiare e non sentirmi inadatta se mi si presenta l'occasione di guadagnarci qualche euro con i miei lavori. Piano pianino ce la farò. Questo, probabilmente, è l'unico proposito per l'anno nuovo che ho già iniziato a mettere in atto concretamente, certo ho scucito un bel po' di soldi, ma sono soldi ben spesi, perché so che mi daranno l'opportunità di partecipare a delle mostre, di far vedere anche ad altri quello che i miei occhi vedono e immortalano per sempre. Attimi, ma attimi di quelli che durano tutta la vita.
Oggi mentre rientravo dall'allenamento ho sorriso per un ricordo, ho sorriso di cuore, senza pensarci, mi è sopraggiunta la domanda: "Chissà a chi manderà le foto della cena aziendale?"
Una domanda che sappiamo non dovrei pormi, eppure ho sorriso ricordando le foto ricevute, i messaggini con le descrizioni di pance piene e mente annebbiata dai fumi dell'alcool. Chissà se nevicherà quest'anno. Altre foto perderò se ciò dovesse accadere, ma non importa, vorrà dire che le scatterò io, andrò in giro a scattar foto se dovesse nevicare. Piagnucolo un po' adesso, ma vi giuro che stamani sorridevo a questi ricordi. Non facevano male, ma si sa la sera le barriere vengono meno, il dolore si rafforza e quei fiori che mi hanno portato mezzi appassiti e che mi servono per un progetto fotografico mi guardano troppo colorati e ancora troppo ritti per rappresentarmi, spero che nel weekend siano appassiti al punto giusto per divenire il mazzo nuziale di una Penelope in attesa. Perduta tra i pensieri come al solito le parole e i concetti si confondono ed ora c'è anche Slash con questa qui che non aiuta proprio per nulla:


She is watching, heart aching with sorrow
She is broken is broken, as she waits
Hoping when all is said and done we can learn to love and be as one

domenica 15 novembre 2015

Lacrime nere

(Foto di mia proprietà - Serie bambole)
Avrei cosi tanto da scrivere, ma le parole sono lì, bloccate, frenetiche, accalcate. Dissipare la matassa che si è creata mi porta solo a mescolarle ancora di più, un po' come quando vogliamo sbrogliare le cuffiette del lettore mp3 o dello smartphone. Ho pensato tanto in questi giorni, la nebbia e l'umidità mi hanno portato pensieri e preoccupazioni, ansie riguardanti chi non mi è mai appartenuto e che non deve più essere una mia preoccupazione. Quello che è accaduto a Parigi, ha aperto il vaso di Pandora, altri pensieri si sono creati e affollati, mescolati, ingarbugliati a quelli che già non riuscivo a gestire. Ammetto che ai pensieri si sono aggiunti anche i ricordi, parole e frasi che mi son state dette, oramai, tempo fa, troppo tempo fa, prive di valore oramai, vuote parole prive di significato con il senso del poi. Pensieri che sono stata io ad elaborare questa volta, non che ne avessi bisogno in realtà, sono sempre stata sicura di quello che ho provato, non ho mai vacillato coi sentimenti, io non ho provato solo emozione. Ho amato. Amato veramente in maniera incondizionata, senza remore. Ho amato i pregi ma ancor di più i difetti. Quelli, per quanto mi facessero impazzire, li mantengo vivi ancor oggi gelosamente, sono miei, erano scaturiti da me, tutto sommato erano per me, rivolti solo a me. 
Probabilmente l'unica cosa che dovrei smettere di fare è preoccuparmi per chi non c'è e iniziare a preoccuparmi di chi c'è, ci sarà, ma ancora fatico a lasciare andare via per la propria strada chi, purtroppo, rimane il mio pensiero costante. Ed eccomi nuovamente a tirar fuori come un prestigiatore dal suo cappello magico parole e pensieri che appaiono incoerenti. Eccoli di nuovo ad affollarsi nella mente ed ecco le lacrimucce riempirmi gli occhi. "Se fosse il tuo ultimo giorno con chi lo vorresti passare?" la mia risposta era e resta sempre la stessa a differenza di chi se l'è posta prima di me, un anno fa oramai e che con molta probabilità è mutata, non do per scontato non fosse reale all'epoca, ma ad oggi... Oggi non è praticamente possibile che sia la medesima, ma è giusto cosi, è coerente con quello che non c'è mai stato in fin dei conti. Eppure dovrei smetterla io di essere coerente, andare veramente avanti e non fingere solamente. Fosse facile, ma non lo è, non che qualcuno mi abbia detto il contrario, nessuno ha mai affermato lo fosse, facile, intendo, eppure, se solo fosse più facile, se solo non ci fosse la nebbia e l'umidità a farmi preoccupare per i suoi mal di testa, se solo non ci fosse un evento catastrofico come quello capitato a Parigi, non penserei a chi vorrei al mio fianco se fossero gli ultimi attimi della mia vita. E poi... Poi penso a una cosa letta qualche tempo fa, questa qui:

"Nessuno parla più di te; sembra essere arrivato quel momento in cui tutti pensano che non valga più la pena affrontare l’argomento con me. Nessuno mi chiede più “l’hai sentito?” o “l’hai più visto?” perché tutti danno per scontato che non sia così e forse è meglio, perché forse sarebbe imbarazzante dimostrare a tutti che a volte ti amo ancora. A volte, dico, solo a volte. Però mi dispiace, anche se mi piace la sensazione che si prova a essere obbligata a non pronunciare il tuo nome. Mi dispiace che il mondo abbia deciso che non sia più il mio momento di piangere per te. Io di lacrime da sprecare ne avevo ancora un po’ e di parole da dedicarti ne avevo ancora parecchie, non tutte gentili, certo, ma tutte per te." Susanna Casciani

In effetti più nessuno mi chiede di lui da un po' di tempo oramai, danno tutti per scontato che mi sia passata ed io non faccio nulla per far comprendere che tanto passata non lo sia, far preoccupare gli altri non è nella mia indole, penso sempre più agli altri di quanto possa pensare prima a me stessa, sono fatta cosi e non penso che alla ma età si possa più cambiare, eppure ieri notte l'ho tirato fuori, ne ho parlato. Le parole si sono confuse come i concetti, ma alla base sempre amore e giustificazioni. Dubbi e perplessità. Caos totale di parole ed emozioni. Un po' come quando mi hanno chiesto quante lune devono passare ancora prima di potermi definire libera. Sono tredici, ma è un palliativo anche quello, me la sto raccontando per darmi la forza sufficiente a vivere come meglio posso. Di lune ne saranno passate nove prossimamente saranno dieci, la mia data di scadenza coincide con l'anno. Un anno intero di speranza, un anno intero di attesa. Un anno di bugie, un anno di nulla, un anno di dolore, ma ne parlerò allo scadere di quel giorno, ora sarebbe tutto molto buttato li alla rinfusa. Silente la speranza di non arrivarci a quell'anno. Muta, ma non troppo, la speranza che Ulisse torni da Penelope, ma si sa, la vita vera è diversa da quello che si legge nei libri. Esco. Non ho più voglia di stare qui. Le parole e i pensieri sono troppo aggrovigliati. Non li so più gestire.

venerdì 13 novembre 2015

Vita al condizionale

(Foto di mia proprietà -  Serie bambole)
La mia incapacità di sapere al momento cosa voglio si palesa ogni giorno di più anche nelle piccole cose che un tempo avrei fatto senza pensarci poi troppo. Un po' come il non sapere se stasera dovrò o meno uscire con annesso sapere di averne o meno voglia. Cercare o essere cercati? Ecco li l'inghippo. Il tranello. Il dubbio amletico e la totale assenza di senso di importanza. Praticamente da quando vivo con l'interruttore sull'ON della vita al condizionale, non me ne importa niente di nulla e nessuno, di uscire, di mettermi in tiro, di ricordarmi di fare le cose per tempo, di essere puntuale, di piacere. Dio ce ne scampi, piuttosto mi presento tutta... tutta... arruffata e svogliata a qualsivoglia appuntamento, non perché non potrebbe interessarmi la persona X di turno quanto piuttosto per un menefreghismo e una stanchezza totale che mi pervadono e mi spingono a dire un bel "Macchissene..." quindi ho deciso di fare la gnorri di turno, non cerco, non chiedo, prendo se mi vien dato, ma alla fine non do nulla più di quello che mi viene istintivo dare. Se da un lato rifuggo chi mi cerca costantemente dall'altro vorrei essere cercata, ma alla fine ritornerei al punto precedente e tornerei a fuggire. Loop perpetuo di un fancazzismo privo di emozioni. Chiusura. Menefreghismo. Condizionale. 
Potrebbe interessarmi.
Potrei innamorarmi.
Potrei se volessi.
Potrebbe cancellarlo.
Sì, potrei, potrebbe, ma intanto resto qui, con una montagna di cose da fare senza farne alcuna. Ascolto la musica, organizzo le foto per ammazzare il tempo con la stessa svogliatezza con la quale mi vesto la mattina. Vivo e tanto basta. Ci sono e non ci sono. Come una bambola dal capo decapitato lascio che la chioma celi tutto. Indifferente.

martedì 27 ottobre 2015

Passi abbandonati

(Foto di mia proprietà)

Il pugno stretto
intorno al mio cuore
si allenta un poco,
e io respiro ansioso luce;
ma già preme di nuovo.
Quando mai non ho amato
la pena d’amore?
Ma questa si è spinta
oltre l’amore fino alla mania.
Questa
ha la forte stretta del demente,
questa si aggrappa
alla cornice della non-ragione,
prima di sprofondare
urlando nell’abisso.
Tieni duro allora, cuore;
così almeno vivi.
Derek Walcott

Trattenersi dall'iniziare una conversazione colma di convenevoli e cose non dette. Domande taciute. Rancori. Dolori. Aspettative. Evito di farmi del male abbandonando alle mie spalle un paio di scarpe vissute, non totalmente, la tomaia è ancora sana, avrei potuto camminarci ancora a lungo, ma sono divenute scomode. Abbandono con una scrollata di spalle quell'antico dolore. Non svanisce, cosi come non sparisce la voglia di esserci, le domande, le curiosità, la voglia di conoscere e di contare qualcosa. Non sparisce mai nulla. In sottofondo Promise di Ben Howard risuona perfetto. Promisi di esserci, promisi di non dimenticare, promisi per te e per me, ma ad oggi, in questo giorno prometto a me di andare avanti. prometto di lasciare alle mie spalle quel macigno che mi porto dietro da mesi. Prometto a me di esserci, di amarmi, di non dimenticarmi. Prometto di indossare scarpe comode e nuove, perché in quelle vecchie, per quanto cosi famigliari, oramai il mio piede ci va troppo largo. Si sono sformate, svuotate. Fa freddo in quel vuoto privo di abbraccio. Mi voglio bene e mi trattengo, non è facile. Non lo è mai stato e non lo diventerà con il tempo, ma non posso fare altro che abbandonare. Sventolo una bandiera bianca. Resa. Hai vinto.

lunedì 26 ottobre 2015

Finestra sul passato

                                                                                        (Foto di mia proprietà)

Vogliamo che la persona che amiamo ci dica d’essersi innamorata di noi perché un giorno, senza neanche pensarci, l’abbiamo toccata in un punto in cui non sapeva di essere sensibile, come certe carezze che arrivano molto in fondo per conto loro. «Ti amo perché ti gratti il polso in quel modo tutto tuo», questo per esempio vorremmo sentire, piuttosto che: «Ti amo perché sei generoso e affidabile».
C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni a insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare.
Diego De Silva, Mancarsi

Mi sono innamorata di un sorriso celato, di una rotara peggiore della mia, mi sono innamorata di un pizzetto scuro (proprio io che detesto i baffi e il pizzetto rispetto ad una folta barba), mi sono innamorata di occhi profondi che raccontavano tutto, ma che non ho mai visto realmente, mi sono innamorata di quella mano sulla fronte, di quelle rughette pensierose, mi sono innamorata dei mal di testa, dei "no" continui, della frustrazione, del non amore, degli abbracci asfissianti mentre dormivo, mi sono innamorata delle storie che mi si raccontavano, anche quando le avevo già udite, mi sono innamorata della premura di un pacco di biscotti comprato per me, mi sono innamorata di lenzuola scombinate, di una poltrona che ha impressa una forma a me oramai sconosciuta. Mi sono innamorata di piccole minuzie e dettagli che resteranno, nonostante il passare del tempo, impressi a fuoco nella memoria, piccoli fermo immagine recuperabili da finestre chiuse, ma che, di tanto in tanto apro per poter far prendere aria all'ambiente. Eppure nel mio caso specifico, richiamare alla memoria tutto ciò non serve a ritrovare quell'amore perduto, tutt'al più dovrei sbarrare le finestra abbandonarle, lasciare che le ragnatele e la muffa prendano il sopravvento, dovrei dimenticare, cancellare, ottenebrare quello che amo e che mi ha fatto innamorare, perché non ho altra alternativa se non quella di andare avanti. Incespicando, inciampando, cadendo e finendo con un ruzzolone per terra. Ma d'altra parte non sono io che gestisco il centro della memoria, mi si attiva da solo, le finestrelle basta un alito di vento più forte ed eccole li a sbattacchiare senza sosta. I ricordi ritornano. Scardinano le cicatrici, sanguina la ferita, ma si rimargina presto, almeno quello devo ammetterlo e tornano i progetti di fuga a cui, di volta in volta, torno ad elaborare per potermene tirare fuori, più o meno, illesa.

venerdì 23 ottobre 2015

Attese. Mancanze. Dolore. Resa.

(Dennis Stock "Love story")
«Non vedeva l’ora di incontrare Edmonde, di lanciarle il segnale, di leggere la risposta nei suoi occhi e di inabissarsi con lei in quell’universo». Georges Simenon, “I complici”

E manca, manca davvero sentire l'emozione di quell'attesa. Manca il voler battere il tempo, portarlo in avanti oppure rallentarlo a seconda del momento che si sta vivendo. Manca l'emozione del doversi separare pur sapendo di rivedersi nuovamente dopo poche ore. Manca il tumulto del cuore, quell'esplosione di tum tum senza fine che ti sembra di percepire anche nelle orecchie. Come se quel palpito possa essere udito da chiunque. Attesa. Penelope. Ulisse. Proci. Circe. Tutto ruota intorno al tempo, allo scopo, all'attesa, almeno lì, almeno in quel romanzo epico, nel mio Penelope si è arresa dopo mesi di dolore, lacrime e tele cucite e scucite. Penelope ha gettato la spugna. Si è data in pasto ai Proci sorprendendosi dei sorrisi che taluni le hanno scaturito o del semplice sentirsi a proprio agio in loro compagnia o non sorprendendosi affatto nel paragonarne gli atteggiamenti, le parole e la semplice presenza con Ulisse. Eppure Penelope ha rinunciato alla speranza. Penelope si è stancata di aspettare. Ha chiuso le porte a chiunque: Proci o Ulisse non fa più alcuna differenza. Nessuno (e no, non parlo di Ulisse con Polifemo) può accedere nelle sue stanze, a nessuno è concesso l'ingresso. Sola. Realmente sola. Amore per se stessa. Si basta Penelope, è tornata a bastarsi, eppure... Di tanto in tanto, le prende quel magone che le riempie gli occhi di lacrime, lo stomaco le si aggroviglia e i ricordi come fantasmi la perseguitano. Quelle emozioni perdute la pungolano invitandola ad aprire uno spiraglio, ma lei stringe i denti, sopporta e rifiuta. La mancanza delle emozioni è il male minore rispetto al dolore.

martedì 20 ottobre 2015

Il fabbro dell'amore

(Foto di mia proprietà)

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta
Fernando Pessoa

Una domanda che negli ultimi mesi mi viene posta in maniera velata e diretta è questa qui: "Ma se dovesse tornare tu che faresti?". Bella domandina che apre mondi paralleli con altrettante risposte contrastanti tra di loro eppure concretamente vere. Se dovessi rispondere con la pancia, quindi con l'emotività, direi "La porta per lui sarà sempre aperta!", dall'altra parte la me razionale invece, bastion contrario senza mezzi termini, direbbe "Sulla porta c'è un cartello: "TU QUI NON PUOI PIU' ENTRARE!". Districarsi tra le due personalità (che scritto cosi mi fa sembrare una psicopatica pronta per essere internata) non è facile, cosi come non è affatto facile rispondere ad una domanda del genere, un po' come la famosa e altrettanto spinosa domanda: "come stai?". Eppure penso che non sia difficile dare una risposta, ciò non toglie che alla medesima domanda, la sottoscritta devia o fa scena muta, più che altro è stato difficile mettersi da parte, sparire, dare spazio, abbandonare e abbandonarsi, perdere e perdersi, difficile è stato tutto il percorso che ha portato a quella domanda. Stupida io più che altro nel non essere capace di mentire e nell'essere cosi schietta e sincera dal palesare senza mezzi termini con chiunque che ho sì libertà nel frequentare o conoscere, ma che poi in realtà non mi ci senta perché ancora legata (innamorata) di chi alla fin fine non conosco più. Altro che Amleto con il suo essere o non essere. Comprendere e accettare che quello che sento nasce più che altro dalla paura di non sentire più niente, rispetto al provare veramente qualcosa di cosi profondo per chi poi, ad oggi, non so più chi sia. Si può amare chi non ti ama? No, in realtà non si dovrebbe, si può, ed è pure facile farlo, si amano i ricordi, i se, i ma, si ama chi conoscevi ma non c'è più o non c'è mai stato, si ama chi eri e come eri, si ama la sensazione di "casa" che quella persona ti faceva provare (e ti ha fatto provare fino all'ultima volta che vi siete parlati o visti), ma dall'altra parte c'è anche tutto il resto. C'è il non sapere chi sia ora (e sarò ripetitiva ma si diventa sconosciuti dopo), c'è il non saper giustificare certi atteggiamenti, certe parole, certi sotterfugi, non digerire le prese in giro, lo squallore dell'egoismo puro, non si digerisce più nemmeno la contraddizione che tanto ti aveva colpito in principio, eppure ti nascondi dietro un "sono ancora innamorata" perché non vuoi rischiare più. Non dopo che hai lottato con i denti e con le unghie per venirne un po' a galla, quel tanto che basta per respirare senza annaspare. Non dopo che hai rischiato il collasso per le sessanta notti passate in bianco a fissare il soffitto, non dopo i mesi passati a non mangiare perché lo stomaco si era talmente chiuso che solo l'odore del cibo ti creava conati di vomito. Non dopo esserti donata totalmente senza aspettarti nulla in cambio e alla fine sentirti dire che hai torto perché un ti amo non è mai stato pronunciato. Quella frase è solo un dettaglio, un pizzo su una tovaglia imbandita. I gesti, la premura, il tempo, le attenzioni e la presenza valgono più di mille parole. Il ti amo sono solo due parole messe assieme come un ti voglio bene troppo pronunciato. Eppure ti viene da chiederti se non hai voluto vedere e sentire cose che non c'erano in alcun modo. E per carità ci può stare, l'amore mette i prosciutti agli occhi fisici e non, eppure non posso non considerare tutto nel complesso. Parole su parole che un qualcosa significheranno pure o hanno significato, tempo verbale più corretto in questo momento. Ad oggi non contano più non per me, hanno perso valenza, le parole sono diventate vuote, solo parole, prive di pathos, di sentimento, prive di significato se non quello imposto dal senso comune. Smettere di credere non è difficile, ti basta una stilettata dritta al cuore e puff, non credi più. E quella porta. Abbandonata, dalla vernice scrostata, dalla maniglia e dalla serratura arrugginita, dal vetro sporco e rotto, resta chiusa, ci vorrebbe un fabbro o un piede di porco per aprirla, ma non è tutta li la difficoltà. All'interno poi c'è un caos incredibile che fa un baffo al caos primordiale, scatoloni di ricordi, di foto, di parole, scatoloni di vestiti, mobili, polvere e ragnatele hanno preso il sopravvento, farsi spazio non è per nulla facile, il desistere diviene più facile come scelta. E dopo questo volo pindarico torniamo alla famosa domanda. La risposta? Non lo so. La fiducia si è perduta e riconquistarla non è cosa da tutti. Ci vuole pazienza con le vecchie porte, il legno è gonfio per l'umidità, quante lacrime ne hanno percorso i solchi del legno? La serratura è arrugginita. Basterà un po' di olio? Pazienza e manualità, amore e tempo, però, aggiustano tutto.

lunedì 19 ottobre 2015

Illegalità, sorrisi e luna.

(Foto di mia proprietà)

Questo lunedì è quasi giunto al termine, manca effettivamente veramente poco e sarà già martedì. Ho passato un weekend assurdo. Tra l'imbucarsi in una casa abbandonata per scattare foto all'andare all'avventura verso un posto mai visitato con persone che non hai mai visto in vita mia, ma con le quali alla fine c'è un filo conduttore comune, ok, magari due se considero il folle che ama creare miscugli di persone. Io, piccola asociale misantropa, tutto sommato sono stata bene, quel lasciarmi alle spalle tutto, quel andare contro le regole dell'ordine comune, lo scavalcare un muro e la felicità in un unico scatto decente, vale tutto quello che avrei potuto rischiare, ma che cos'è la vita senza rischio? Per una foto, un singolo attimo rubato passerei mille giorni in prigione se poi la soddisfazione di avere qualcosa di buono mi faccia sentire cosi... Cosi bene. L'aggregazione, il mangiare con degli sconosciuti, il non sentirsi totalmente fuori posto, il non avere un pensiero costante, che, per carità c'era, eccome se c'era, nelle parole, nella gestualità, nella luna che ho immortalato e continuerò a immortalare, in quella mano su una gamba posata più per appiglio che per altro, un gesto che comunque mi ricorda quel che vorrei dimenticare. Una foto rubata con la voglia di farla e darla per la comicità della posa del soggetto, niente emozioni contrastanti, niente sentimenti, niente occhietti a cuoricino, semplice voglia di immortalare l'attimo. Due giornate differenti, due tipologie di foto diverse, ma che in comunque alla fine hanno avuto solo la mia amichetta luna. Essere me stessa senza esserlo veramente e non faticare minimamente perché mi sono potuta celare dietro la macchina fotografica e sorridere, sorridere, sorridere. Vorrei uno di quei sorrisi ora, potrei eliminare le lacrime che stanno riempiendomi gli occhi e che sto contrastando. Si va avanti. Devo andare avanti.

martedì 13 ottobre 2015

Foto mal riuscita foto sbagliata


Ci sono foto e foto, questa foto l'ho scattata per caso, non programmata, non voluta, non studiata. Composizione discutibile, rumore senza fine, in post produzione ho cercato di renderla quando più possibile passabile, senza esserne riuscita poi molto eppure fatico a cancellarla, tant'è che mi sono ritrovata a stamparla su carta opaca e ruvida. Su carta prende vita, diviene un portento di emozioni. Su carta, lì tra le mie mani racconta storie e vite di passeggeri, controllori e macchinisti. Tra le mie mani su quella piccola foto 10x15 un fermo immagine senza arte ne parte si fa forte e urla a pieni polmoni di valere qualcosa. "E' solo una stazione", "E' solo una brutta foto" potreste dire voi, io vi dico che racconta una fermata. Una folle, alias me, che scende dall'auto e incurante dei divieti si apposta tra i binari dismessi, non perde tempo a impostare la macchina fotografica, semplicemente scatta. Ferma in un battito di ciglia un attimo. Semafori rossi. Sbarra chiusa. Voci negli altoparlanti. Una stagione vuota, un cielo prossimo all'oscurità. Alle mie spalle la luna mi osserva sbilenca in quella sua faccina con la boccuccia in una O evidente. A voi non dirà nulla a me emoziona questa foto sbagliata. Mi commuove quel rosso vivo, quel segnale silente di stop. Quell'urlo silente che mi esorta a fermarmi. E adesso respiro. Inalo aria cacciando indietro le lacrime che pungono come spilli negli occhi. Tirò su col naso. E' solo una foto mal riuscita. E' solo una foto sbagliata.

lunedì 20 luglio 2015

Lettera n°69


E' solo una foto che non dirà niente a nessuno, ma se l'ho scattata è perché mi ha colpito non solo la composizione tra portone, portoncino, balcone, scale e finestre varie, ciò che mi ha colpito è un benedetto numero che, puntualmente, mi riporta a pensarti. Probabilmente a te quel numero non dirà proprio nulla, ha significato solo ed esclusivamente a me, sono io, infatti che lo associo a te. Ma anche il luogo in cui ho scattato questa foto mi ricorda di te, mi ricorda il nostro primo appuntamento o quel che era, un semplice incontro sfociato in ore di baci sotto casa mia e colmo di una emozione che pensavo fosse trascinante ed evolutiva, ma che in realtà ha avuto inizio e fine lì, in quel frangente iniziale. A chi non piacciono gli inizi? Nessuno li detesta, sono quello che rendono una relazione, qualunque sia la natura di essa, un qualcosa di importante o meno. Il giorno in cui l'ho scattata ho dato per scontato che andare lì non avrebbe sortito alcun effetto nella memoria a differenza di quella panchina che non riesco ancora ad andare a fotografare, lì c'era qualcosa di concreto, la voglia di stare assieme, di condividere del tempo assieme fotografando a casaccio e parlando e ridendo. Eppure quel posto che ricordo con vento fortissimo, salsedine e due gatti pronti a combattere per il territorio e noi due, spettatori silenziosi in attesa di comprendere chi dei due lottatori avrebbe vinto, era uguale, ma al contempo differente. Non c'era un alito di vento, il mare era calmo come una tavola sulla quale si può cenare o pranzare tranquillamente, le strade piene di turisti e persone con macchine fotografiche attaccate al collo. Bambini allegri o addormentati. Giovani coppie innamorate e coppie datate. Diverso il contesto, diversa la compagnia. La fontana piena di persone, la piazza colma di bancarelle, nessuna sciarpa avvolta intorno ad un collo che non conosce. Mi si riempiono gli occhi se ci penso, ma sorrido anche, dualismi anche nelle emozioni che il ricordo di quella serata mi provoca dentro. Tranquillo, poi passa. Prima o poi non piangerò più, prima o poi mi lascerò andare con qualcun altro che sia disposto a darmi del tempo e ad amarmi come secondo te merito, a me le tue briciole, tutto sommato, bastavano. Mi rendevano felice, ma per te non era lo stesso. Ora lo so. Sono solo ricordi di ciò che è stato. Parto mentale personale di un qualcosa mai esistito realmente.

mercoledì 15 luglio 2015

Salvami o uccidimi, ma ti prego: cercami.


L'impatto che una foto può avere è relativo e soggettivo a chi la sta osservando in un determinato momento. Tralasciando quello che la foto o meno racconti, non si può non considerare l'impatto emotivo che, a prescindere dal significato esplicito o implicito che vi sia al suo interno, trasmette nell'osservatore. Questa foto di Robert Wiles in cui vi è immortalato il suicidio di Evelyn McHale ci racconta un fatto, ci mostra un evento, ma tralascia quello che vi è dietro il gesto descritto. Fonti dell'epoca parlano di un breve messaggio di addio nei riguardi del suo fidanzato o ex fidanzato. E questo, se lo si conosce a priori porta l'osservatore a trarre una conclusione che sfocia nella passione, nel dolore, ma se non si conosce la storia (cosa che in realtà è, se si considera il periodo e i pochi elementi a disposizione o in circolazione ad oggi) può portare l'osservatore a dare una valenza differente o decisamente personale a quello che l'impatto emotivo  del fermo immagine ispira. Personalmente, ancor prima di conoscere la storia del breve messaggio, avevo già immaginato una situazione amorosa poco felice, contorta e dolorosa. L'atto stesso del suicidio di una giovane donna in quel periodo non mi fa pensare ad altro, non al momento, non per come personalmente vivo il mio attimo attuale. Delicati i lineamenti, elegante la posa anche nell'atto ultimo della vita. Doveva essere una donna bellissima Evelyn, voglio immaginare che fosse innamorata, immagino che lui non l'amasse o l'amasse troppo ma non glielo dimostrasse, questo dopo la lettura del biglietto, ma emotivamente avrei pensato ad un amore travagliato, non corrisposto o illegale, E sempre emotivamente mi sento un po' come Evelyn, precipito a lungo in brevi attimi temporali in un abisso oscuro in cui il dolore divora tutto quello che di buono o differente possa comparire come per magia. Anche una bella serata, alla fine, prima di coricare le membra sul letto, diviene un suicidio emotivo. La mancanza è palpabile, il dolore è cocente come il primo giorno, la voglia di lui mi annienta e mi lascia a boccheggiare aria malsana e impura. Precipito e mi suicido ogni volta che ne parlo, ogni volta che ci penso, ogni volta che lo desidero, ogni volta che mi impongo di non cercarlo. E urlo un "Salvami" con le labbra serrate e senza voce, nella speranza che le anime connesse comunichino tra di loro, nella speranza che sia lui a cercarmi e ad ascoltare quel grido di aiuto silenzioso che quotidianamente mi strozza la gola.

mercoledì 24 giugno 2015

Ricordi di baci, salsedine e foto.

(Il bacio riflesso di Elliot Erwitt)

Questa foto mi è sempre piaciuta, tant'è che uno dei primi libri fotografici che ho acquistato è proprio di Erwitt, e ancora non avevo intrapreso quell'amore viscerale per la fotografia cosi come adesso invece sento. Tornando alla foto, devo ammettere che mi ha sempre fatto sorridere, mi ha sempre creato un momentaneo benessere, quasi una palpabile felicità. Il sorriso della donna, quella felicità e radiosità che il volto lascia intravedere cosi nitidamente, il mare da sfondo a un amore che mi piace immaginare, consolidato, ricambiato, mai incasinato o rifiutato. Nonostante lui appaia rigido nella posa quegli occhi chiusi mi fanno pensare che anche lui ricambi quell'amore e quella felicità immortalata in un attimo di intimità di coppia. Quella felicità io stessa l'ho vissuta, non corrisposta, ma non importa, ero felice, entusiasta, colma di amore per entrambi, ero viva. Semplicemente viva. E anche uno dei primissimi baci in concomitanza della mia prima foto scattatagli aveva come sfondo il mare. Una panchina, delle barche attraccate, un piccolo porticciolo, la sera, un lampione e un'ombra appena rischiarata nei contorni che ormai conosco a memoria, seppur debba tracciarli, solo nella mia memoria. 
Ricordi di baci, salsedine e foto sotto un lampione dalla flebile luce